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LUIGI FERRAJOLI: SICUREZZA

Si e' sviluppata una grave forma di espansione patologica del diritto penale - l'enorme aumento delle pene carcerarie -, frutto di una politica indifferente alle cause strutturali dei fenomeni criminali, promotrice di un diritto penale massimo, incurante delle garanzie, interessata soltanto a assecondare, o peggio a alimentare, le paure e gli umori repressivi nella societa'.
Criminalita' di sussistenza
Il terreno privilegiato di questa politica e' quello della sicurezza. Le statistiche storiche sulla criminalita' ci dicono che il numero dei delitti, in particolare di quelli contro la persona - omicidi, risse, violenze, lesioni -, e' diminuito, in proporzione alla popolazione, rispetto a qualche decennio fa e ancor piu' rispetto a un secolo fa. Eppure in tutti i paesi occidentali una domanda drogata di sicurezza, enfatizzata dalla stampa e dalla televisione, ha accentuato le vocazioni repressive della politica penale, orientandole unicamente nei confronti di quella che ho chiamato "criminalita' di sussistenza". Il messaggio espresso da questa politica e' duplice. Il primo e' quello classista, oltre che in sintonia con gli interessi della criminalita' del potere, secondo cui la criminalita' - la vera criminalita' che attenta alla "sicurezza" e che occorre prevenire e perseguire - e' solamente quella di strada; non dunque le infrazioni dei potenti - le corruzioni, i falsi in bilancio, i fondi neri e occulti, le frodi fiscali, i riciclaggi, ne'tantomeno le guerre, i crimini di guerra, le devastazioni dell'ambiente e gli attentati alla salute -, ma solo le rapine, i furti d'auto e in appartamenti e il piccolo spaccio di droga, commessi da immigrati, disoccupati, soggetti emarginati, identificati ancora oggi come le sole "classi pericolose". E' un messaggio che vale ad assecondare, nell'opinione pubblica, il riflesso classista e razzista dell'equiparazione dei poveri, dei neri e degli immigrati ai delinquenti, e percio' a deformare l'immaginario collettivo sulla devianza e sul diritto penale: affinche' la giustizia penale cessi di perseguire i reati delle "persone per bene" e si occupi - cosa oltretutto piu' facile - dei soli reati che attentano alla loro sicurezza.
Pubblica sicurezza
C
'e' poi un secondo messaggio, ancor piu' regressivo, che viene trasmesso dalle campagne sulla sicurezza.Esso punta al mutamento, nel senso comune, del significato stesso dellaparola "sicurezza": che non vuole piu' dire, nel lessico politico,"sicurezza sociale", cioe' garanzia dei diritti sociali e percio' sicurezza del lavoro, della salute, della previdenza e della sopravvivenza, ne' tantomeno sicurezza delle liberta' individuali contro gli arbitrii polizieschi, bensi' soltanto "pubblica sicurezza", declinata nelle forme dell'ordine pubblico di polizia e degli inasprimenti punitivi anziche' in quelle dello stato di diritto, sia liberale che sociale. Essendo stata la sicurezza sociale aggredita dalle politiche di riduzione dello stato sociale e di smantellamento del diritto del lavoro, le campagne securitarie valgono a soddisfare il sentimento diffuso dell'insicurezza sociale con la sua mobilitazione contro il deviante e il diverso, preferibilmente di colore o extra-comunitario. E' il vecchio meccanismo del capro espiatorio, che consente di scaricare sul piccolo delinquente le paure, le frustrazioni e le tensioni sociali irrisolte. Con un duplice effetto: l'identificazione illusoria, nel senso comune, tra sicurezza e diritto penale, quasi che l'intervento penale posss produrre magicamente una cessazione della micro-delinquenza, e la rimozione, dall'orizzonte della politica, delle politiche sociali di inclusione, certamente piu' costose e impegnative ma anche le sole in grado di aggredirne e ridurne le cause strutturali.
Tolleranza zero
E' questo il duplice significato della parola d'ordine "tolleranza zero" sulla cui base e' stata promossa, dagli anni Ottanta del secolo scorso, una crescita esponenziale della carcerazione penale. Il fenomeno e' stato inaugurato e promosso negli Stati Uniti, dove nello spazio di trent'anni la popolazione carceraria si e' moltiplicata per sette, passando da meno di trecentomila detenuti a oltre due milioni. Sostenuta da una pseudo-scienza criminologica informata a un'aperta antropologia della disuguaglianza, questa politica di carcerazione di massa si e' sviluppata simultaneamente alla riduzione dello stato sociale. Si e' cosi' prodotto un ampliamento del ruolo penale e militare dello Stato, correlativo alla riduzione massiccia del suo ruolo sociale: una sorta di militarizzazione della politica interna, in aggiunta alla militarizzazione della politica estera operata in questi stessi anni dalla superpotenza americana con la riabilitazione della guerra come strumento di governo del mondo. Due strategie accomunate dalla mobilitazione delle paure a sostegno della sicurezza e dalla costruzione e criminalizzazione, quali principali fattori di identita' collettiva, di nuovi nemici, interni e esterni: i poveri e gli immigrati all'interno, i paesi poveri del mondo e i loro "Stati canaglia" all'esterno. Non a caso le nuove politiche penali si sono sostituite, negli Stati Uniti d'America, alle pur deboli politiche sociali, all'insegna delle nuove parole d'ordine liberiste: "tolleranza zero" e "mano invisibile" del mercato rivestita da un "guanto di ferro" nei confronti entrambe dei ceti poveri.

Pubblicato il 24/11/2007 alle 0.23 nella rubrica Diario.

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