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  luiginoscricciolo
 
Diario
 


 

20 anni in attesa di giustizia
dal sindacato al carcere
imputazione spionaggio


prefazione di Mario Capanna

nelle migliori librerie
o sul sito
www.memori.it






8 febbraio 2009

Leggete DAB2

 

a cura di Dibbì

Rimase sorpreso… il serio educatore quando l’alunno discolo gli chiese in che giorno nacque «ufficialmente» lo strip-tease. Ma si documentò e rispose: «lasciando perdere Salomè e altre antenate, risulta che la prima fu Blanche Cavelli il 1 marzo 1894. Se ne parla in un bel giallo di Didier Daeninckx, Il giardino degli orrori, che dovrai riassumere e commentare, così impari».

Nella tragedia della guerra… fu facile nascondere la strage di Balvano, il 2 marzo 1944: sulla Battipaglia-Potenza morirono asfissiati in 521 quando il treno, troppo carico, si fermò in galleria.

Montalbano ucciso in Sicilia: non è però il commissario ma il medico Giuseppe che il 3 marzo 1861 sta guidando i contadini contro chi ha usurpato le loro terre.

Hollywood la racconta… diversamente (dimenticando che quei 188 texani erano schiavisti e ribelli al governo legittimo) ma in effetti il 6 marzo 1836 ad Alamo - monastero più che forte – ci vollero 4mila soldati per sconfiggerli e assassinarli.

Dna. Il «modello a doppia elica» fu completato da James Watson e Francis Crick il 7 marzo 1953. Se non conoscete «La doppia elica» (Garzanti, 1968), forse il libro scientifico più letto del 1900, consolatevi con l’intervista di Piergiorgio Odifreddi a Watson in «Il matematico impertinente» (Tea 2007).

Il paragrafo 175 aggiunto nel 1871 alla legge tedesca per punire gli omosessuali è abolito il 10 marzo 1994. In una buona cineteca trovate «Paragraph 175» di Rob Espstein e Jeffrey Friedman.

La neve arrivò a 6 metri e New York rischiò di sparire sotto la bufera (11-14 marzo 1888). Quell’anno la città si conquistò un altro triste primato: fu la prima ad usare la «sedia elettrica».

Testimoni in Palestina. Il fotografo italiano Raffaele Ciriello è ucciso dai soldati israeliani il 13 marzo 2002 a Ramallah. La pacifista statunitense Rachel Corrie il 16 marzo 2003 viene schiacciata da una ruspa israeliana mentre cerca di impedire che una casa palestinese sia abbattuta.

Condannati per adulterio il famoso ciclista Fausto Coppi e la «dama bianca» Giulia Occhini: è il 14 marzo 1955. Solo nel 1968 la Corte costituzionale abolì quella norma (che fra l’altro puniva la donna più dell’uomo).

In molte parti d’Europa ogni anno si celebra, il 18 marzo, «la giornata del cervello». In Italia non va di moda… sarà un caso?

Casal di Principe (Caserta). Il parroco Giuseppe Diana è in prima fila contro la camorra. E’ ucciso in chiesa il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico.

Da oltre 20 anni negli Usa e altrove il 20 marzo è il «meatout day», giorno di fuoriuscita dalla carne. Informatevi e chissà che…

La tratta è illegale: così, il 25 marzo 1807 il parlamento inglese. Nel frattempo 15 milioni (30, per altri storici) di schiavi africani hanno reso ricca l’Europa e le Americhe.

Forse fu la prima «radio libera» italiana: Danilo Dolci, ribelle nonviolento, il 25 marzo 1970 in Sicilia dà il via alla «radio dei poveri cristi». Il giorno dopo oltre 100 carabinieri e poliziotti la chiudono.

Proprio all’opposto di Carlo Urbani quegli «italiani, brava gente» che il 31 marzo 1937 attaccarono Durango in Spagna iniziando l’era dei massacri aerei contro i civili.

Fine del mondo prevista per le 10 del 31 marzo 1998. Lo annunciò da Taiwan la «Chiesa di Dio che salva la Terra inviando un disco volante». Esagerata la notizia, esagerato il nome.




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7 febbraio 2009

Morire di lavoro

Daniele Segre

A Tortolì in Sardegna, l'11 ottobre, dopo avere assistito alla
proiezione di Morire di lavoro uno studente dell'ultimo anno del liceo
scientifico mi ha fatto la domanda più bella e più difficile di questo
viaggio in Italia :
Che cosa ha visto negli occhi dei lavoratori e dei familiari di
lavoratori morti sul lavoro che ha incontrato per il film?
Mi è stato difficile trovare le parole per far capire a lui e a tutti
gli studenti presenti come quegli occhi mi hanno aiutato a comprendere
l'assurdo tempo nel quale viviamo, l'offesa della dignità calpestata
quotidianamente, la negazione dei più elementari diritti, la
solitudine delle famiglie orfane dei figli e dei capifamiglia.
Sono grato a chi organizza le proiezioni del film e che mi permette di
partecipare ad incontri come quello di Tortolì.
In questa settimana (13/18 ottobre) la proiezione del film è prevista
a Cesena, Rimini, Brescia e Torino. Sull'homepage del sito
[2]www.danielesegre.it potete prendere visione del calendario delle
proiezioni di ottobre 2008.
E' in vendita sul sito [3]www.danielesegre.it il DVD del film composto
di un menù completo:

    * la versione originale del film
    * le versioni sottotitolate in Inglese e in Francese
    * la divisione in capitoli
    * i trailer di Morire di lavoro
Il DVD di Morire di lavoro per uso privato, è i in vendita sul sito
[4]www.danielesegre.it a 15EUR + 5EUR spese di spedizione per
raccomandata.
Per informazioni e richieste di proiezioni pubbliche scrivere a:
[5]moriredilavoro@gmail.com




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6 febbraio 2009

Per la salute dove devo attaccare la spina?

 

Per la salute dove devo attaccare la spina?

di D. B.

Per innovativa che sia anche la buona fantascienza non rifugge dai tranelli tesi dai due gemelli “nemici” più famosi della storia, Bmp (bicchiere mezzo pieno) e Bmv, suo fratello pessimista dove la «v» sta evidentemente per vuoto.

Sulla salute ecco come la vede Bmp che cita alcune pagine d’un romanzo del 1975, «Ecotopia» (uscì da Mazzotta nel ‘79) di Ernest Callenbach.

«Gli ospedali ecotopiani […] non fanno uso di elettronica per consentire a un’infermeria centralizzata di seguire molti pazienti per volta. La presenza fisica dell’infermiere/a è considerata essenziale […]. Gli ecotopiani fruiscono dell’assistenza medica vita natural durante […] Il potere dei medici – molto più numerosi che da noi- di stabilire i propri onorari si è dissolto […]. I parti avvengono di solito in casa […]. Gli ecotopiani hanno uno strano fatalismo nei confronti del morire […] i vecchi spendono molto tempo ed energia per prepararsi alla morte. […] Si assegna grandissima importanza alla medicina preventiva […]. Nessuno evita di ricorrere alle cure a causa delle spese [… ] Tutti i medici si specializzano in quella che noi chiameremmo psichiatria […]. Come mi ha detto un dottore, gli ecotopiani hanno la sensazione di “non essere mai soli”».

Di rado si resta soli anche in «La razza felice» di John Sladek (si trova in «Dangerous Visions» del 1967, tradotto da Mondatori solo nel’91) ma è lo sguardo di Bmv, che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto.

«Erano passati pochi anni da quando le Macchine avevano iniziato a occuparsi di felicità, salute e continuazione della specie umana […] “Quando uno è depresso gli viene data una dose di ritalina, se è violento di torazina, se è annoiato gli vengono date emozioni” […] il lavoro era una terapia». Ed ecco il finale: «Gli ultimi 5 anormali erano guariti […] tutti i dati vennero trasmessi al Sostituto Uterino che li cronometrò […] e poi si spense». Dottori meccanici e felicità obbligatoria: un’utopia o il suo rovescio? E poi quel «Ritalina» mi ricorda qualcosa…




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5 febbraio 2009

Turbamenti

"stolti sono coloro che non sanno quanto la metà valga più del tutto" Esiodo




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4 febbraio 2009

Tronti su Obama

 Mario Tronti scrive un’impietosa e polemica analisi della vittoria di
Obama. La scrive all’indirizzo della sinistra che si illude ma anche di
quella  incerta e di quella che ha tutto chiaro.
"Allora, compagni. Come tutti avete potuto vedere, il mondo, a far data  dal
4 novembre, è cambiato. Il cielo è sempre più blu, la terra sorride aperta
finalmente all'audacia della speranza, le nostre notti non sono più cupe,
rivisitati come siamo dal sogno americano. Il messia è tornato, come aveva
promesso, cammina non sulle acque, ma sull'etere, narrazione di parabola in
parabolica, questa volta per messaggini. Vi ricordate l'11 settembre? Nulla
sarà  come prima. Tutto è stato come prima. Questo è un 11 settembre
rovesciato. Di  nuovo, «siamo tutti americani». E non cambierà niente.
Niente di quello che ci  interessa cambiare.
Avete capito che sto gettando acqua sul fuoco, non per  spegnerlo, ma
almeno per circoscriverlo. Poi, speriamo sempre che la scintilla  infiammi
la prateria. Non ci saranno dunque conseguenze? Altroché se ce ne  saranno!
La soluzione questa volta è stata trovata quasi all'altezza del  problema.
Quasi: perché la crisi di fase capitalistica è più grave, più tosta,
dell'invenzione di immagine, della risorsa simbolica, che si è messa in
campo.  Ma comunque, questa conta, e come se conta! Lo vediamo in queste
ore, in questi  giorni. Gli Usa di ieri, frastornati, disorientati,
depressi, sono «rinati»,  come i ridicoli cristiani delle loro sette. Il
fatto macroscopico, quello su cui  dobbiamo prendere a ragionare, quello
dentro cui dobbiamo mettere anche il  successo Obama, è la chiusura del
ciclo neoliberista, il crollo della  finanziarizzazione selvaggia del
capitale, la rivincita dell'economia reale, che  si fa di nuovo viva come
crisi della produzione materiale, con tutte le paure,  le incertezze, i
bisogni di voltare pagina, che essa porta con sé. E' questo che  ha reso
possibile, perché necessaria, la vittoria della parola change. Non la
spinta dal basso di una partecipazione popolare, con i suoi appassionati
volontari, espressione spontanea della vitalità di una meravigliosa
democrazia.Questa c'è stata, ma come un'onda provocata, raccolta e
orientata  verso un volto nuovo di «personalità democratica», che abbiamo
già altre volte  descritto come corrispettivo aggiornato della adorniana
«personalità  autoritaria». Attenzione. Qui l'accento batte non sugli
aggettivi, democratica e  autoritaria, ma sul sostantivo, personalità. C'è
un problema preciso, teorico e  storico: perché la democrazia, al pari del
totalitarismo, ha bisogno, per  funzionare, dell'idea e della pratica della
personalità? Perché si fa il vuoto  nelle istituzioni, e nelle
organizzazioni, per riempirle poi con un volto?  Problema. E un'altra cosa,
meno astratta, più empirica. Da dove sono uscite le  enormi risorse
finanziarie di Obama, che hanno fatto apparire indigente  nientemeno che la
famiglia Clinton? In che percentuale sono state esse il frutto  della
mobilitazione dei neri, delle donne, dei giovani? E quali e quante le
altre fonti? La mia idea è netta, e la esprimo in modo netto, perché se ne
possa  lucidamente discutere: Obama ha vinto, perché a un certo punto
l'establishment  ha scelto Obama. A un certo punto: all'inizio, solo pezzi
di esso si erano  esposti, i più avvertiti, di fronte al disastro finale di
Bush, poi, con  l'esplosione della crisi vera, il grosso non ha avuto più
dubbi. E il  personaggio è volato nei sondaggi, anch'essi non certo
spontanei. In democrazia,  vince chi riesce a farsi presentare come il
prossimo vincitore. Abilità e forza  comunicativa aiutando. Il cambio è
niente altro che un cambio di leadership, nel  tentativo di riacchiappare
un'egemonia che scappa. E siccome si tratta di  un'egemonia-mondo, ci vuole
un global leader. Poteva assolvere a questa funzione  il vecchio soldato
MacCain? Evidentemente, no. Guardate lo spostamento  dell'opinione pubblica
mondiale, di destra, di sinistra e di centro, prima e  dopo le elezioni
americane. Impressionante. Anche qui è un'onda. Per resistere,  bisogna
come Ulisse farsi legare al palo della nave, visto che non possiamo non
vedere e non udire. La verità è che gli americani sono oggi veramente in
tutto  debitori dei cinesi. Hanno infatti applicato alla lettera il motto
di Deng: non  importa se il gatto è bianco o nero, importante è che
acchiappi il topo. Miei  cari, i topi siamo destinati ad essere noi.
Bisogna togliersi dalla testa che il  partito democratico sia la sinistra e
il partito repubblicano la destra  americane. Non sono nemmeno il
centrosinistra e il centrodestra, come vorrebbero  i nostri ulivisti
mondiali. Il bipartitismo perfetto e la perfetta alternanza di  governo
funzionano soltanto quando ci sono due partiti centrali di sistema. Sì,
due diversi bacini di consenso, distribuiti socialmente e territorialmente,
due  blocchi di interessi tradizionali, molto mobili e trasversali, anche
due scale  di valori e di diritti, ma il tutto orientato sempre all'uno
della grande  nazione «eccezionalista». Impallidiscono i nostri
nazionalismi europei di fronte  a quello americano. Solo che quello non si
chiama così. È Impero del Bene,  religione democratica universalmente
salvifica.
Chi più che un predicatore  nero può oggi raccogliere le bandiere che i
maledetti neocons hanno lasciato  cadere nella polvere della guerra
infinita? Se Malcom X diventa Obama, è perché  il calderone di fusione ha
funzionato alla perfezione. Nessun pericolo. Anzi,  una formidabile
opportunità. L'America è un luogo dove tutto è possibile: che un  nero
entri alla Casa Bianca e che diventi quindi un bianco qualunque. La novità
c'è. Non è questo il punto. Ma l'arte di disporci dinanzi al nuovo in modo
non  subalterno, non l'abbiamo forse imparata? Il nuovo non ha un valore in
sé, va  misurato sulla nostra condizione presente, se siamo in grado di
assumerlo e  governarlo e piegarlo. Per quanto detto sopra, nei confronti
di un cambio di  leadership nel bipartitismo americano, io non faccio una
scelta strategica, ma  tattica. Chi mi conviene che vinca, chi mi lascia
più spazio di movimento, chi  mi consegna migliore capacità di manovra? Era
opportuno uscire dalla grande  crisi con Roosevelt, perché così le lotte
operaie potevano imporre il  compromesso keynesiano. Era giusto allearsi
con gli Usa per sconfiggere  militarmente il nazifascismo. Si poteva essere
kennediani, se avevi alle spalle  la forza del Pci e la potenza dell'Urss:
non c'era pericolo allora di metterti  nell'onda progressista,
semplicemente subendola. Anzi ti serviva per innovare  nel tuo campo. Il
discorso è sempre quello: l'iniziativa di cambiamento del tuo  avversario,
o sei in grado di utilizzarla, o altrimenti ne rimani vittima.  Perché mi
sento di dire che non possiamo dirci oggi obamiani? Semplicemente  perché
siamo deboli. Non c'è in campo nessuna forza alternativa. Questo sarebbe
stato il momento di una grande iniziativa del socialismo europeo. Non
possiamo  dare la supplenza al profeta del nuovo vecchio mondo. Così
riconsegni la pratica  egemonica, magari passando dall'unilateralismo al
multipolarismo, a chi la stava  giustamente perdendo. Il modo corretto di
porre la questione, parlando  politicamente, nel senso specifico del
termine, è secondo me il seguente: Obama  è adesso la figura nuova che
assume il nostro avversario. Va ricollocata e  rideclinata una proposta
alternativa di organizzazione e di lotta sulla base di  questa novità. Si
apre un periodo di maggiori difficoltà. Era facile essere  contro Bush,
sarà difficile essere contro Obama. Si chiudono spazi per le  esperienze di
movimento, l'unica forma di soggettività emersa negli ultimi anni,  non a
caso a livello global, sul terreno dei partiti, nazionali, l'intendenza
europea seguirà, l'Atlantico si farà più stretto. La luna di miele finirà,
ma  prima durerà. Tra l'altro, il giovanotto (!) è sveglio, è pragmatico, è
cinico,  è pigliatutto, ha perfino un pizzico di carisma, è intelligente
perché si è  circondato di persone mediamente intelligenti. Una
machiavelliana presa di  potere, perfetta. In questo, chapeau! Agli Stati
Uniti d'America, gli unici in  grado di far ancora tesoro del detto,
mitteleuropeo: là dove c'è il massimo  pericolo, lì c'è ciò che salva.
Aprite il discorso della vittoria. L'incipit:  giovani e vecchi, ricchi e
poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi,  ispanici, asiatici,
nativi d'America, gay, eterosessuali, disabili e non  disabili. «Siamo e
sempre saremo gli Stati Uniti d'America». Che dobbiamo fare?  Applaudire,
alzare le braccia in segno di saluto, piangere di commozione?  Confesso.
Sono ormai arrivato - il tono di questo testo lo documenta - al limite
massimo di sopportazione per questo modo impolitico, apolitico,
antipolitico di  parlare di politica. Una parentesi. Se ho ben capito come
vanno le cose del  mondo, e a questo punto di lunga età mi pare proprio che
sì, ecco: chiunque dice  «ricchi e poveri» è mio nemico. Questo è un
criterio del politico, una verità  teorica assoluta, un punto di
orientamento pratico, che consiglio di coltivare  in sé come una pietra
preziosa. Chiusa parentesi. E vengo invece a un punto di  problema, su cui
ho qualche incertezza, perché sento che qui c'è un a partire da  me, dal
mio modo di esistenza, che potrebbe deviare e far sbagliare il giudizio.  E
chiedo anche qui un contributo di discussione, e magari una capacità
avversa  di dissuasione. Insomma. Chi sono queste masse? Parlo delle folle
di Chicago e  di tutta la lunga intensa campagna obamiana. Ma anche di
quelle del Circo  Massimo, se sono, anche questo è da discutere, più o meno
le stesse. Le guardo  con curiosità e diffidenza. A me paiono foglie mosse
dal vento delle parole e  delle immagini, singoli individui collettivamente
incantati dal suono del  linguaggio, indifferenti, per non dire ostili,
alle idee, agli argomenti, alle  analisi. Piazze virtuali, un popolo da
second life, che non esprime qualcosa, ma  vuole essere espresso da
qualcuno. Si potrebbe dire che non è una cosa  nuovissima. Il Novecento ha
visto fenomeni analoghi. Ma, secondo me, c'è una  differenza. La
nazionalizzaione delle masse, come la socializzazione delle  masse, si
fondava su idee forti. Ci si riconosceva in una dottrina, si assumeva  e si
portava un'ideologia. Il culto del capo era l'appartenenza a un campo,
l'assunzione di un progetto. Così la massa si faceva soggetto. E poi la
razza, o  la classe, erano fattori oggettivi. Qui, oggi, non c'è nulla di
tutto questo.  C'è solo la fascinazione per una narrazione. Obama non
rappresenta i neri,  rappresenta tutti. Veltroni non rappresenta i
lavoratori, rappresenta i  cittadini. E dunque queste piazze sono piene di
un niente. È un problema serio,  forse il più serio. Penso che accanto
all'osservatorio sulle élites, dovremmo  ragionare intorno a un
osservatorio sulle masse. Come riportare dentro questo  politico virtuale
il principio di realtà? Da soli, soggettivamente, non ce la  facciamo. Ci
vuole una scossa sismica di alta intensità, di quelle che fanno  saltare i
pennini del sismografo. Dire, parlare, della sinistra, piccola o  grande
che sia, risulta, di fronte alla dimensione del problema, una chiacchiera
da bar sul commissario tecnico della nazionale. Ci può aiutare solo la
realtà  stessa, sempre più ricca, rispetto a noi, di risorse imprevedibili,
da scrutare  e da utilizzare. Ma quale realtà, o quale pezzo di essa ci
conviene che emerga?  Qui, il discorso si fa duro, pronunciabile in parte,
indicibile per intero. Io,  se mai ne ho avuti, a questo punto non ho
dubbi: meglio la crisi che lo  sviluppo, meglio il conflitto che l'accordo,
meglio la divisione aspra del mondo  che la sua irenica unità. Sto
parlando, realisticamente, del terreno più  favorevole a che sorga una
soggettività collettiva alternativa. Che non verrà da  sola, senza un
intervento politico dall'alto, a suggerire e a organizzare".


Stralcio dall'introduzione di Mario Tronti al volume collettivo  "Passaggio
Obama. L'America, l'Europa, la Sinistra. Una discussione al CRS  provocata
da Mario Tronti" (Ediesse, pp. 128, euro 9) in uscita a febbraio. I  saggi
raccolti sono a firma di Rita di Leo, Ida Dominijanni, Mattia Diletti,
Luisa Valeriani, Stefano Rizzo e Roberto Ciccarelli.




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3 febbraio 2009

sulla Russia

 

Sapete qualcosa delle tragedie che avvengono nelle strade in Russia?

Pochi giorni fa, il 19 gennaio, un avvocato militante di sinistra ed intellettuale coraggioso, Stanislav Markelov, è stato ucciso a colpi di pistola, in pieno giorno, nel centro di Mosca. Aveva 34 anni. Una giovane giornalista militante, Anastasia Baburova, che camminava al suo fianco e ha cercato di fermare l’assassino, è stata anch’essa uccisa. Aveva 25 anni. La polizia russa ha già annunciato la mancanza di prove per trovare l’assassino ed i suoi committenti.

L’Italia ha avuto perdite simili. Nella lotta contro la mafia, magistrati e giudici coraggiosi, che hanno preso pubblicamente posizione, sono stati minacciati ed assassinati. In Russia, l’apparato dello Stato copre spesso gli affari della mafia ed i delitti dell’estrema destra. La maggioranza dei giudici sono addomesticati e la maggioranza degli avvocati gestiscono le cause al limite della legalità. Per questo i crimini politici restano spesso impuniti. Negli ultimi anni, numerosi attentati hanno colpito antifascisti, giornalisti e stranieri, aggrediti o uccisi nelle strade delle città russe. Poche persone alzano la loro voce contro queste ingiustizie istituzionalizzate. Stanislav Markelov ed Anastasia Baburova erano tra quei pochi che osano prendere posizione ed agire.

Solidarietà per i militanti russi esposti alle violenze!

Basta con gli assassinii politici!

Stanislav conduceva le sue lotte all’interno del sistema giudiziario russo, estremamente corrotto, per renderlo più giusto e più libero. Anastasia era una giornalista impegnata, scriveva su cause che sosteneva personalmente, e per le quali combatteva in prima linea. Stanislav era all’origine di una rete di assistenza giuridica per la cause sociali. Era uno dei pochi, se non il solo avvocato in Russia, ad essersi impegnato in cause difficili, che mettevano in questione la responsabilità dello Stato, dalle quali era uscito vincitore. Come avvocato ha sempre lottato per la difesa attiva della parte civile, delle persone comuni che soffrivano a causa degli abusi di potere, dei giovani antifascisti, degli abitanti della Cecenia privati dei diritti, dei lavoratori. Insieme partecipavano ai Forum sociali europei e russi, per consolidare l’ancora debole vita associativa russa. Con la scomparsa di Markelov abbiamo perso un intellettuale impegnato nello spazio pubblico e un militante che agiva sul terreno della giurisprudenza. Con la morte di Baburova abbiamo perso una giornalista promettente e impegnata.

La stampa italiana, nella maggior parte dei casi, parla di questo duplice assassinio come di uno dei crimini contro la libertà di stampa. Ma non è esatto. Esso fa parte di una catena di crimini contro la giustizia sociale, che hanno preso di mira, da mesi, i militanti che lottano per importanti cause pubbliche. I militanti russi si sentono sempre più minacciati. E sempre più in collera.

È molto importante che voi sappiate!

Ci sono molte differenze tra la Russia e l’Italia, ma anche molte cose in comune. Alcuni dei nostri problemi si assomigliano, e la conoscenza reciproca può essere utile per risolverli.

Raduno a Roma il 1° febbraio alle 17

a Piazza Cavour, vicino al cinema Adriano

A Mosca e Parigi, nelle stesso giorno, si svolgono manifestazioni contro la violenza politica

Inviate una e-mail all’Ambasciatore russo e al Ministro degli esteri russo, chiamate il Ministro degli esteri italiano. Chiedetegli perché le persone coraggiose vengono aggredite e uccise nelle strade. Che cosa succede? Cosa faranno la polizia e la giustizia?

Ambasciata russa: rusembassy@libero.it Ministero degli esteri russo: ministry@mid.ru

Ufficio Relazioni con il Pubblico del Ministero degli Affari Esteri italiano: 06-3691-8899

Inviate per favore una copia delle vostre e-mail all’indirizzo: solidarieta.russia@gmail.com




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2 febbraio 2009

Social Forum Mondiale

 

FSM 2009: si corre per diritti, pace, giustizia sociale

La nona edizione del Social Forum Mondiale sta volgendo alla conclusione. Oggi è stata l'ultima giornata dedicata alle attività autogestite, mentre domani – ultimo giorno di lavori – sono previste le assemblee tematiche nelle quali associazioni, movimenti, sindacati e tutte le istanze sociali presenti a Belem si incontreranno per raccogliere le proposte emerse durante questi giorni di lavoro.


Le assemblee tematiche saranno ventidue, divise per tema e dislocate nei maggiori tendoni allestiti nei due campus, per garantire la più ampia partecipazione. Giustizia climatica, diritti umani, diritti collettivi dei popoli, crisi di civilizzazione e buen vivir, lotta contro guerra e armamenti, questioni pan amazzoniche, scienze e democrazia, diritti e identità degli afrodiscendenti, questioni di genere, intercomunicazione, dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni, lotta contro corruzione e impunità, educazione, migrazioni, crisi finanziaria e lavoro sono i temi sul tavolo.

Dopo le assemblee tematiche le proposte emerse saranno raccolte nella dichiarazione finale, che  verrà discussa durante la Assemblea delle Assemblee, nella quale scaturirà una agenda condivisa di azioni ed iniziative da portare avanti nel corso dell'anno.

La giornata di oggi ha visto anche lo svolgimento della “Corsa dei diritti e della solidarietà”, organizzata da UISP – Unione Italiana Sport per Tutti.  La manifestazione sportiva è giunta alla sua seconda edizione. Lanciata a Nairobi insieme a Libera per far entrare in contatto il blindatissimo FSM 2007 con gli abitanti dei quartieri vicini alla sede del Forum, l'iniziativa è stata riproposta a Belem con lo stesso obiettivo. La corsa è partita dal Villaggio del Forum, vicino l'Università, per percorrere i 6 chilometri del percorso attraverso i quartieri popolari di Guamà e Terra Firme e alcune delle favelas della città. L'iniziativa ha visto la partecipazione di circa 2.000 corridori tra cui molti abitanti delle favelas circostanti.
 
UISP sostiene che lo sport rappresenta uno strumento di integrazione sociale e di educazione ambientale, luogo di non discriminazione e di diritti per tutti. Proprio in tal senso – affermano gli organizzatori - “la corsa ha avuto come obiettivo porre l'attenzione sui problemi delle popolazioni indigene che in questi anni hanno subito maggiormente gli effetti più devastanti dell'economia globale: inquinamento, deforestazione, sradicamento culturale”.




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1 febbraio 2009

Una ragazza meravigliosa

 
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Pressante

Rifiuto di servire

Posted: 26 Jan 2009 06:00 PM CST

 Omer Goldman ha 19 anni, è ebrea, vive a Tel Aviv, è una bella ragazza, e non è difficile pensare che realizzerà la sua aspirazione di diventare attrice. Ma da quando aveva otto anni, ha anche un altro sogno: lavorare con un organizzazione come Amnesty International, nella speranza di poter contribuire a creare un mondo migliore. Proprio ora, il suo modo di farlo è accettando la prigione. Scegliendo di andare in prigione piuttosto che servire l'esercito – un obbligo per tutti i giovani israeliani.

Omer Goldman non era destinata
alla prigione. Per la maggior parte della sua vita aveva pensato che sarebbe entrata nell'esercito e divenuta un'eroina per tutto il suo paese. Dopotutto, suo padre è l'ex numero due del Mossad, ed è ancora considerato uno degli uomini più importanti nell'ambiente dei servizi di sicurezza israeliani. Sua sorella maggiore e la maggior parte dei suoi amici hanno compiuto il servizio militare senza discussioni.

Ma...

vedi Pressante




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