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  luiginoscricciolo
 
Diario
 


 

20 anni in attesa di giustizia
dal sindacato al carcere
imputazione spionaggio


prefazione di Mario Capanna

nelle migliori librerie
o sul sito
www.memori.it






18 febbraio 2009

Galeano

 "Sognano le pulci di comprarsi una cane e sognano i nessuno di non essere
piu' poveri, che qualche magico giorno piova all'improvviso la buona
fortuna, che piova a catinelle la buona fortuna; ma la buona fortuna non
piove ieri, ne' oggi, ne' domani, ne' mai, ne' come pioggerellina cade dal
cielo la buona fortuna, per quanto i nessuno la chiamino e benche' punga
loro la mano sinistra, o si alzino col piede destro, o incomincino l'anno
cambiando scopa.
I nessuno: i figli di nessuno, i padroni di niente.
I nessuno: i nessuno, i ninguneados, correndo la lepre, morendo la vita,
sfottuti e rifottuti:
che non sono, benche' siano.
Che non parlano lingue, bensi' dialetti.
Che non professano religioni, bensi' superstizioni.
Che non fanno arte, bensi' artigianato.
Che non praticano cultura, bensi' folclore.
Che non sono esseri umani, bensi' risorse umane.
Che non hanno viso, bensi' braccia.
Che non hanno nome, bensi' numero.
Che non figurano nella storia universale, bensi' nella cronaca rosa della
stampa locale.
I nessuno che costano meno della pallottola che li uccide".
(Eduardo Galeano, "IL LIBRO DEGLI ABBRACCI", 1989).




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17 febbraio 2009

Jumaa Attiga

 Libia: difensore diritti umani in carcere                               
Jumaa Attiga, avvocato libico che si batte per la promozione dei diritti umani, è in prigione per un reato da cui è già stato assolto quasi 20 anni fa. Ha sempre denunciato con coraggio la drammatica situazione dei detenuti in Libia.        




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16 febbraio 2009

Lilian Thuram

Secondo il francese «Le monde», il famoso calciatore (ex di Juve e di Parma) ha detto no a Sarkozy che gli offriva un posto da ministro «per le diversità» perché non condivide le sue idee (e infatti lo accusò di razzismo all’epoca delle rivolte nelle banlieux parigine). Poi ha aggiunto: «La politica è qualcosa di talmente nobile che non può essere affrontata con approssimazione». Un alieno?




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15 febbraio 2009

Tirrenia sulla via di Alitalia

 

Tirrenia sulla strada di Alitalia

Posted: 02 Feb 2009 06:00 PM CST

 Un interessante articolo d'inchiesta a firma Ferruccio Sansa, comparso su La Stampa in questi giorni, offre uno spaccato quanto mai allarmante della compagnia pubblica di navigazione Tirrenia, guidata da ormai 25 anni dall’immarcescibile Franco Pecorini, che è riuscito nella “mirabolante” impresa di rimanere fino ad oggi saldamente al comando, nonostante l’avvicendarsi di ben 18 governi.
La compagnia pubblica che occupa attualmente circa 3000 dipendenti (2400 addetti alla navigazione e 600 con compiti amministrativi) si ritrova ormai sull’orlo del fallimento, con oltre 800 milioni di euro di debito ed una flotta che secondo le valutazioni di Credit Suisse non varrebbe più di 650 milioni di euro.

Come già accaduto ad Alitalia ed in parte anche alle Ferrovie di Stato...




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14 febbraio 2009

il buono, il brutto ed il cattivo

 

Il buono
Essere ministro senza portafoglio rende forse vulnerabili alla tentazione
di rendere più leggero il portafoglio degli statali con sanzioni varie, per
divenire, finalmente, primus inter pares. Del premio nobel a cui aspirava
il ministro Renato Brunetta si è persa traccia, in compenso però, come
personaggio da film, potrebbe puntare all'oscar. Tornelli all'entrata per i
dipendenti ed emoticons all'uscita per l'utente, mostrano un grande senso
dello spettacolo. E poi l'idiosincrasia per i rapporti sindacali, le accuse
a chi si professa di centrosinistra di avere il dna del fannullone,
l'obbligo del certificato fin dal primo giorno di malattia, la proposta
decurtazione della paga al secondo giorno di malattia: che poi la malattia
sia vera o finta a lui non importa, lui taglia, cuce, si muove, anima le
folle in attesa del castigamatti. Punizioni difficilmente comminabili per
pochi senza ricompense verso chi tiene in piedi davvero gli uffici
pubblici. Ora si è dato un obiettivo preciso: dimettersi entro il prossimo
8 maggio se non raggiungerà gli obiettivi che si è prefissato. Il problema
però è che questi obiettivi li conosce solo lui. Così, il 9 maggio ci
spiegherà che la sua affermazione è stata, come le altre, solo una
provocazione. Tanto per essere più efficienti e non perdere tempo,
naturalmente.

Il brutto
Ignazio Benito Maria La Russa da Paternò non è uno che le manda a dire.
Graziato da una serie di passaggi televisivi che neanche Simona Ventura può
vantare, visto che lui opera su sei canali nazionali, il ministro della
Difesa ne ha sempre per tutti. Se la prende con il capo della polizia
Manganelli, con le maestre di Padova dubbiose sui festeggiamenti del 4
novembre, con il direttore dell'Unità Concita De Gregorio, perfino col suo
collega di governo Maroni a cui spesso invade il campo e, a proposito di
campo, con la nazionale di calcio del Brasile. Definirlo telegenico è un
oltraggio alle veline, affermare che ha una voce suadente è come paragonare
Enrico Caruso a Johnny Rotten dei Sex Pistols. Eppure è sempre lì, con
presenze raddoppiate da quando è anche reggente di An, dove comanda con
polso di ferro la transizione al partito unico di Berlusconi. E nemmeno si
preoccupa di apparire un gentiluomo, offendendo con parole sessiste le
giornaliste che si permettono di dire cose che lui non apprezza. Più che il
ministro della Difesa sembra quello dell'attacco. Anche se in cuor suo
preferirebbe forse essere ministro della guerra.
«Ancora non lo è? La faranno», diceva Totò.

Il cattivo
Per perdere la testa bisogna averla avuta, quindi il ministro Roberto
Maroni detto Bobo non corre questo rischio. Il primo ministro dell'Interno
della storia della Repubblica condannato in Cassazione a 4 anni e 20 giorni
di prigione, convertiti in multa, per resistenza a forza pubblica, vuole
che adesso la forza pubblica diventi più cattiva con i clandestini. Mica
più cattiva con i mafiosi o i camorristi, no, proprio con quei disgraziati
che vendono cd per strada, come se le leggi attuali non contemplassero già
per chi delinque, italiano o straniero, pene e misure restrittive. Eppure
c'è stato un tempo in cui questo esponente della Lega sembrava il volto
moderato del movimento di Bossi. Sarà perchè suona l'organo in una pop band
casereccia, forse perchè dietro gli occhiali ha sempre lo sguardo
imbarazzato di uno capitato in qualsiasi luogo per caso. Invece dice cose e
compie atti che nemmeno il Calderoli delle magliette anti Libia o il Bossi
del dito medio al tricolore si sognerebbero. Ma il fatto più grave è che
per colpa di Maroni si cade in tentazione di prendere sul serio finanche
le parole dell'ex presidente Francesco Cossiga, che in una lettera del 26
maggio 2008 lo defini: "Razzista", "intrigante" e "pugnalatore" di Umberto
Bossi al momento della sua malattia. E quando si comincia a pensare che ha
ragione Cossiga, il caso Maroni rischia di diventare un altro mistero
d'Italia.




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13 febbraio 2009

madagascar di V. Viriglio

MADAGASCAR
28/1/2009   11.16
ISOLA IN SUBBUGLIO, DALLE RIVENDICAZIONI ALLO SCONTENTO POPOLARE
Altro, Standard

"Tana ha preso fuoco”, “Il paese entra nella zona rossa”, “Dov’è finita la saggezza malgascia”: sono alcuni dei titoli e concetti sviluppati in questi giorni dai grandi quotidiani locali, da ‘L’Express de Madagascar’ al ‘Madagascar Tribune’ passando per ‘Les Nouvelles’. Ma che cosa sta realmente accadendo nella grande isola africana? Il rapido succedersi dei fatti in atto da domenica, prima nella capitale Antananarivo e da ieri nei principali capoluoghi (Tulear, Tamatave, Mahajanga e Fianarantsoa), non sempre chiari per le stesse fonti locali contattate dalla MISNA, indicano un ‘braccio di ferro’ tra il sindaco della capitale, Andry Rajoelina, e il presidente Marc Ravalomana che col passare delle ore sembra stia sfociando in una pericolosa contrapposizione di piazza su scala nazionale. La rivalità tra i due è in crescendo da alcune settimane, anche se in realtà l’elezione nel dicembre 2007 del 34enne Rajoelina - magnate delle comunicazioni e indipendente - aveva già in qualche modo sorpreso e ‘spiazzato’ la maggioranza, il cui candidato era stato battuto. Dopo aver diffuso un messaggio dell’ex-presidente malgascio Didier Ratsiraka, in esilio in Francia, fortemente critico nei confronti dell’attuale amministrazione, l’emittente televisiva privata del sindaco, ‘Viva’, era stata chiusa il 15 dicembre scorso su decisione del governo. Come risposta a questo provvedimento e col pretesto dell’inaugurazione della piazza della Democrazia, nel centro della capitale, sabato 17 gennaio Rajoelina ha tenuto un meeting politico davanti a circa 30.000 persone; in quell’occasione ha sollecitato le dimissioni di due ministri di Ravalomana coinvolti in transazioni finanziarie poco chiare – l’acquisto di un aereo presidenziale e la vendita di terreni alla compagnia sud-coreana Daewoo – e minacciato di espropriazione l’emittente Mbs (Madagascar Broadcasting System) del presidente, la cui sede è di proprietà comunale. L’ultimo atto del confronto è stato la chiusura sabato 24 gennaio di ‘Radio Viva’, sempre di proprietà di Rajoelina, sopranominato nel suo paese Tgv, con riferimento al treno ad alta velocità francese per la sua rapida accesa in politica, e richiamando il nome del partito da lui creato, Tanora malaGasy Vonona (che significa Giovani malgasci decisi). Di fronte alle accuse e rivendicazioni di Rajoelina, il governo non si era mai espresso ufficialmente fino a domenica scorsa. Unico esponente politico ad aver affrontato apertamente le istituzioni, il primo cittadino di Tana si è ormai affermato come principale opponente a Ravalomana, salito al potere nel 2002, in un contesto di rivalità con l’ex-capo di stato Ratsiraka, con un movimento di protesta partito proprio dalla capitale malgascia e diffusosi rapidamente nel resto dell’isola. "Raccogliendo lo scontento di gran parte della popolazione della capitale che si è come sentita tradita dalle tante promesse presidenziali, sabato 17 gennaio scorso il sindaco ha iniziato a sfidare direttamente il presidente (…)”, ha riferito il sito della congregazione di Don Orione, che ricostruisce la vicenda sulla base delle informazioni trasmesse dai suoi missionari attivi da anni in Madagascar. La stessa fonte ha aggiunto che “sabato scorso gli oltre 100.000 manifestanti hanno spinto il sindaco a mettersi a capo dell'opposizione chiedendo la riapertura della sua televisione, le dimissioni del governo e la formazione di un esecutivo di transizione”. Se il clima di discordia e di protesta - con ingenti danni materiali, decine di vittime e feriti a livello nazionale - sembrava placarsi lunedì sera e martedì mattina con appelli al dialogo e alla calma da parte dei due contendenti, l’allargamento della protesta su scala nazionale pare ora delineare una situazione ancora più incerta. "Queste proteste si verificano in un contesto di grave crisi economica e sociale che acutizza un malessere che si respirava già da tempo”, dice une fonte locale e ben informata della MISNA che preferisce rimanere anonima. "I saccheggi e le distruzioni di questi giorni sono certamente da ricondurre a gruppi di scontenti, di disoccupati, di persone di ogni gruppo sociale che in qualche modo hanno qualcosa da rivendicare – aggiunge l’interlocutore - tuttavia, la dinamica con cui la protesta si svolge e si espande, con atti identici ovunque, ci fa pensare che una parte dei contestatori è orchestrata e in qualche modo strumentalizzata a fini più politici”. [a cura di Véronique Viriglio][VV]




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12 febbraio 2009

Dall'Editore Zambon

 LA NOSTRA  MEMORIA                                                        |
|                                                                          |
|Il 6 aprile 1941, con l'operazione "Castigo", le  truppe nazifasciste di  |
|Hitler e Mussolini attaccarono ed invasero la  Jugoslavia. I 4 anni di    |
|occupazione furono atroci: nella II guerra  mondiale, dopo l'Unione       |
|Sovietica, la Jugoslavia ebbe il maggior numero di  morti, civili,        |
|massacrati per strada o nei campi di sterminio, e  partigiani combattenti.|
|Milioni di uomini, donne, bambini di cui è stato  possibile solo un       |
|calcolo approssimativo.                                                   |
|Gli ustascia, nazionalisti cattolici  filofascisti, sostenuti e          |
|finanziati dal regime di Mussolini, costituirono  lo "Stato indipendente  |
|di Croazia", con a capo Ante Pavelic e la  benedizione del Vaticano.      |
|Obiettivo principale della loro politica  razzista fu lo sterminio dei    |
|serbi cristiano-ortodossi, una vera  pulizia etnica. Per barbarie e       |
|ferocia, gli ustascia superarono le SS  naziste.                          |
|Tristemente famoso, salvo che in Italia, divenne il campo di  sterminio di|
|Jasenovac, attivo, con esecuzioni giornaliere di decine,  centinaia e     |
|migliaia di uomini, donne e bambini, dal 21 agosto 1941 al 22  aprile     |
|1945. Comandante del campo di Jasenovac fu il frate francescano  cattolico|
|Miroslav Filipovic-Majstorovic, chiamato dal popolo ‘frate  Satana’. Fra  |
|le sue prodezze personali, il 7 febbraio 1942, l'uccisione  nella zona di |
|Banja Luka di 2750 serbi ortodossi fra cui 250 bambini, in  sole dieci    |
|ore. Se ne vantò durante il processo che subì in Jugoslavia  dopo la      |
|guerra. Il Vaticano si limitò a sospenderlo a divinis.                    |
|La maggior parte dei  massacri, oltre che nei campi di sterminio, avvenne,|
|ad opera di bande  ustascia comandate da preti e frati cattolici, nelle   |
|strade, nei villaggi,  ovunque sotto gli occhi di tutti. Fra le vittime  |
|anche 74.762   bambini, da quelli in fasce fino a quelli di 14 anni.      |
|Durante la sua  visita in Bosnia (22.06.2002) papa Giovanni Paolo II, dopo|
|aver  beatificato monsignor Stepinac, arcivescovo di Zagabria, complice   |
|con i  crimini degli ustascia, chiese pubblicamente perdono per queste    |
|colpe  commesse ‘dai figli della Chiesa Cattolica’. Solo in Italia non se |
|ne è  saputo niente. Cosi è rimasta nascosta l'intera vicenda del lager di|
|Jasenovac, la Auschwitz dei Balcani                                       |
|(Bibliografia Minima: Marco  Aurelio REVELLI, L’arcivescovo del           |
|genocidio. Monsignor Stepinac, il Vaticano e la dittatura ustascia in     |
|Croazia 1941-45, Milano 1999).                                            |
|                                                                          |
|                                                                          |
|PASSAPAROLA                                                               |
|PER REPLICHE DELLA RAPPRESENTAZIONE TEATRALE SCRIVERE  A                 |
|Paolo Vinella:
vinrom@tiscali.it                                          |
|                                                                          |
|                                                                          |
|È disponibile la mostra «Erano solo bambini.  Jasenovac: Serbi, ebrei e   |
|rom nella "Auschwitz dei Balcani"». La mostra – 47 pannelli del  formato  |
|60x85 – è stata realizzata dal Museo delle vittime del  genocidio di      |
|Belgrado in lingua serbo-croata e racconta la  storia di oltre 19.000     |
|bambini che perirono nell’inferno del campo di  sterminio. La associazione|
|Most za Beograd, con la collaborazione della  compianta prof. Svetlana    |
|Stipcevic della cattedra di serbo-croato della  Facoltà di Lingue e       |
|Letterature straniere dell’Università di Bari l’ha  tradotta in italiano e|
|riorganizzata parzialmente dal punto di vista  grafico, presentandola nel |
|gennaio-febbraio 2007, grazie al patrocinio  delle amministrazioni        |
|comunale e provinciale di Bari, come di altri  soggetti quali il consolato|
|di Serbia, nella sala Murat di Bari. Alla conferenza di  presentazione,   |
|alla presenza di un foltissimo pubblico, si tennero,  introdotte e        |
|coordinate da Andrea Catone, le relazioni scientifiche di due  storici    |
|del Museo delle vittime del  genocidio di Belgrado, i professori Jovan    |
|Mirkovic e Dragan  Cvetkovic, nonché quelle del prof. Luciano Canfora,    |
|della prof. Svetlana  Stipcevic, del prof. Antonio Leuzzi (Istituto di    |
|Storia dell'antifascismo  e dell'Italia contemporanea). Alcuni interventi |
|sono disponibili in  rete grazie al lavoro dei giornalisti di             |
|Telestreet-Bari al sito 
http://www.telestreetbari.it/content/view/268/15/|
|. Per  l’occasione, fu stampato in italiano il catalogo della mostra. Sono|
|anche  disponibili dei video fornitici dal Museo di Belgrado.             |
|La mostra è  stata poi presentata a Napoli, Trieste,  Milano, Poggibonsi  |
|(Siena), e in alcuni centri della provincia di Bari  (2008: Gravina,      |
|Putignano, 2009: Andria) in collaborazione con  amministrazioni comunali  |
|e/o istituti scolastici e  associazioni.                                  |
|
                                                               




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11 febbraio 2009

Noam Chomsky su Obama

 

Né gli Stati Uniti, né Israele sono “campioni della pace autenticamente sinceri ”.

by Noam Chomsky

(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Global Research, 1 febbraio 2009

Information Clearing House

Barack Obama viene riconosciuto essere una persona di acuta intelligenza, uno studioso del diritto, molto attento alla scelta delle parole. Egli merita di essere preso seriamente in considerazione, sia quando parla, sia quando omette.

Particolarmente significativa la sua prima considerevole affermazione di politica estera, il 22 gennaio, resa al Dipartimento di Stato, quando ha presentato George Mitchell come suo inviato speciale per la pace in Medio Oriente.

Mitchell deve focalizzare la sua attenzione sul problema Israelo-Palestinese, sull’onda della recente invasione USA-Israeliana di Gaza.

Durante l’aggressione omicida Obama è rimasto in silenzio, a parte la banalità del dire che vi era solo un Presidente – un fatto che non gli imponeva il silenzio, anche su molte altre questioni.

Tuttavia, il suo ufficio stampa ripeteva la sua dichiarazione che “se i missili fossero caduti dove dormivano le mie due figlie, avrei fatto qualsiasi cosa per bloccare tutto questo.” Obama faceva riferimento ai bambini Israeliani, non alle centinaia di bambini Palestinesi che venivano massacrati dalle armi Statunitensi, in merito ai quali non poteva parlare, perché… vi era un solo Presidente.

Dal 22 gennaio l’unico Presidente è stato Barack Obama, e quindi poteva esprimersi in merito con tutta libertà – e tuttavia ha evitato di parlare dell’aggressione su Gaza, che, molto convenientemente, veniva arrestata sospensivamente, giusto proprio prima della sua assunzione dei pieni poteri.
Il discorso di Obama enfatizzava il suo impegno per una risoluzione pacifica. Egli lasciava nel vago i contorni specifici, eccezion fatta per un progetto particolare.

Obama affermava: “L’iniziativa di pace Araba contiene elementi costruttivi che possono aiutare a portare avanti questi sforzi. Ora è giunto il tempo per gli Stati Arabi di agire in base alla promessa di iniziative di appoggio al governo Palestinese, con Presidente Abbas e come Primo Ministro Fayyad, facendo passi verso la normalizzazione delle relazioni con Israele, ed opponendosi all’estremismo che minaccia tutti noi.”
Obama non sta direttamente falsificando la proposta della Lega Araba, ma è istruttivo il raggiro accuratamente formulato.


Infatti, la proposta di pace della Lega Araba fa appello alla normalizzazione delle relazioni con Israele – nel contesto – ripeto, nel contesto di un insediamento di due stati, nei termini degli accordi internazionali di vecchia data, che gli Stati Uniti ed Israele, nell’isolamento internazionale, hanno bloccato per più di 30 anni, e che ancora ostacolano.

Il nucleo del progetto della Lega Araba, come Obama e i suoi consiglieri sul Medio Oriente conoscono molto bene, invoca una pacifica risoluzione politica in questi termini, che sono ben noti, e ha individuato essere questa la sola base per una risoluzione pacifica, per la quale Obama professa essere impegnato.

L’omissione di questo fatto cruciale può difficilmente essere accidentale, ed indica con chiarezza che Obama non prevede scostamenti dalle usuali forme di rifiuto degli USA.

La sua raccomandazione agli Stati Arabi di agire sulla base di un corollario al loro progetto, mentre gli USA ignorano perfino l’esistenza del contenuto centrale della proposta, che è precondizione per il corollario, supera il cinismo.


Le azioni più significative che minano il processo di pace sono le azioni che avvengono giorno dopo giorno nei territori occupati, con l’appoggio Statunitense, tutte riconosciute essere criminali: quella di impadronirsi del controllo della terra e delle risorse ricche di valore e la costruzione di quelli che l’architetto responsabile del piano, Ariel Sharon, definiva come i “Bantustan” per i Palestinesi – una comparazione inadeguata, visto che i Bantustan consentivano condizioni vitali ben più dei frammenti di terra lasciati ai Palestinesi, secondo la concezione di Sharon, che ora ha visto la sua realizzazione.

Ma ancora gli USA ed Israele continuano a contrastare una soluzione in termini politici, e più di recente, nel dicembre 2008, gli Stati Uniti ed Israele (e poche isole del Pacifico) hanno votato contro una risoluzione dell’ONU che sosteneva “il diritto del popolo Palestinese all’auto-determinazione” (passata con 173 voti a favore e 5 contrari, con l’opposizione di USA-Israele che hanno addotto pretesti evasivi).
Obama non ha detto una parola sullo sviluppo degli insediamenti e delle infrastrutture nella West Bank, e sul complesso delle misure per il controllo dell’esistenza dei Palestinesi, designati a indebolire le prospettive per la costituzione pacifica di due Stati.

Il suo silenzio è una decisa confutazione delle sue fiorite espressioni oratorie su come “Io farò fronte ad un attivo impegno per ricercare due Stati che possano convivere uno accanto all’altro in pace e sicurezza.”
Nemmeno ha fatto menzione sull’uso Israeliano a Gaza di armamenti USA, in violazione non solo del diritto internazionale ma anche delle leggi Americane. E non ha parlato della spedizione da parte di Washington di nuovi sistemi d’arma proprio al culmine dell’attacco USA-Israeliano, fatto certamente non ignorato dai consiglieri di Obama per il Medio Oriente. Comunque, Obama è fermo nel dichiarare che il contrabbando di armi verso Gaza deve essere bloccato!

Egli approva l’accordo fra Condoleeza Rice e la ministro degli esteri di Israele Tzipi Livni che prevede che il valico di frontiera fra Egitto e Gaza rimanga chiuso – un rimarchevole esercizio di arroganza imperialista, come ha fatto osservare il Financial Times: “Quando si sono incontrate a Washington felicitandosi l’un l’altra, ad entrambe le alte dirigenti sembrava cosa ovvia il fatto di avere concluso un accordo riguardante un traffico illegale che avviene attraverso il confine di un altro paese, che non è il loro – in questo caso l’Egitto.” Il giorno dopo, un funzionario Egiziano definiva il memorandum di intesa come “da romanzo”.

Le obiezioni dell’Egitto venivano ignorate.


Ritornando alla dichiarazione di Obama sulla proposta “costruttiva” della Lega Araba, come indica l’enunciazione, Obama insiste per un rapporto ristretto con la parte politica Palestinese che è risultata sconfitta nelle elezioni del gennaio 2006, le uniche elezioni libere in tutto il mondo Arabo, alle quali gli Stati Uniti ed Israele hanno reagito, immediatamente e in modo manifesto, punendo con estrema durezza i Palestinesi per essersi opposti ai voleri dei “signori”.

Un dettaglio…di poco conto è che l’incarico di Abbas scadeva il 9 gennaio 2009, e che Fayyad era stato nominato senza la ratifica del parlamento Palestinese (molti dei Parlamentari erano stati rapiti e rinchiusi nelle carceri di Israele.)

Ha'aretz descrive Fayyad come “uno strano tipo fra gli uomini politici Palestinesi. Da un lato, egli è il politico Palestinese che riscuote la più alta considerazione in Israele e in Occidente; d’altro canto, non ha alcun potere elettorale sia a Gaza che nella West Bank”. Inoltre, l’articolo sottolinea “le strette relazioni con la dirigenza Israeliana” di Fayyad, in special modo la sua amicizia con un consigliere di Sharon, l’estremista Dov Weiglass. Sebbene privo del sostegno popolare, egli viene considerato competente ed onesto, cosa inconsueta nei settori politici appoggiati dagli Stati Uniti.
Obama insiste che i soli Abbas e Fayyad siano conformi ed adeguati al costante disprezzo Occidentale per la democrazia, a meno che questa sia sotto controllo dell’Occidente.
Obama ha fornito le solite motivazioni per cui si deve ignorare il governo legittimamente eletto e guidato da Hamas.

“Per essere un partito campione della pace autenticamente sincero”, così ha dichiarato Obama, “il Quartetto [USA, Unione Europea, Russia, ONU] si è espresso chiaramente che Hamas deve soddisfare pienamente alle seguenti condizioni: riconoscere il diritto di Israele ad esistere; rinunciare alla violenza; e rispettare gli accordi del passato.” Senza far menzione, come al solito, al fatto imbarazzante che gli USA e Israele respingono con fermezza tutte e tre le condizioni.

Nell’isolamento internazionale, loro precludono la formazione di due Stati, che preveda lo Stato Palestinese; naturalmente, loro non rinunciano alla violenza; e loro respingono la proposta fondamentale del Quartetto, la cosiddetta “road map”.

Israele formalmente ha accettato la “road map”, ma con 14 riserve che in realtà eliminano i suoi contenuti ( con il tacito consenso degli USA).

Questo è il grande merito di Jimmy Carter, quello di avere portato per la prima volta queste vicende, “Per la Palestina Pace, non Apartheid”, alla pubblica attenzione – e nel flusso delle comunicazioni di massa, l’unica volta.
Ne consegue, per ragionamento elementare, che nemmeno gli Stati Uniti, né Israele sono “campioni della pace autenticamente sinceri ”. Questo non può essere, e non esiste ancora nella lingua Inglese una espressione corrispondente.

Forse è ingiusto muovere critiche ad Obama per questa ulteriore prova di cinismo, dato che il cinismo è pressoché universale; Obama ha solo fornito un nuovo contributo con questo suo sventramento del nucleo costitutivo della proposta della Lega Araba.
Come quasi universali sono gli standard di riferimento ad Hamas: “una organizzazione terroristica, dedita alla distruzione di Israele (o forse di tutti gli Ebrei).”

Vengono omessi i fatti imbarazzanti che gli USA-Israele non solo si sono dedicati alla distruzione di ogni vitale Stato Palestinese, ma hanno rigidamente implementato questa politica. O che, a differenza di questi due Stati che sempre pongono veti ed ostacoli, Hamas ha richiesto la formazione di due Stati nei termini degli accordi internazionali: pubblicamente, ripetutamente, esplicitamente.
Obama ha iniziato le sue considerazioni, affermando: “Devo essere chiaro: l’America è impegnata nella sicurezza di Israele. E noi daremo sempre tutto il nostro sostegno al diritto di Israele di difendere se stesso contro minacce giustificate.”
Nulla ha dichiarato sul diritto dei Palestinesi a difendere se stessi contro minacce ben più estreme, come quelle messe in atto quotidianamente nei territori occupati, con l’appoggio degli USA.

Ma questo ancora rientra nella norma. Quindi, è normale l’enunciazione del principio che Israele ha il diritto di difendere se stesso. Questo è corretto, ma vacuo: questo vale per tutti. Ma nel contesto, la frase stereotipa è ben peggiore della vacuità: si tratta della più cinica disonestà.
Il problema non è se Israele ha il diritto di difendere se stesso, come lo è per ognuno, ma se ha il diritto di farlo sempre con la forza. Nessuno, compreso Obama, ritiene che gli Stati godano di un generale diritto di difendere se stessi con l’uso della forza: per prima cosa è necessario dimostrare che non esiste più alcuna possibilità di ricercare alternative di pace. E in questo caso, sicuramente ci sono.

Un’alternativa limitata potrebbe essere per Israele quella di attenersi, per esempio, ad un cessate-il-fuoco, cessate-il-fuoco che il leader politico di Hamas Khaled Mishal aveva proposto pochi giorni prima che Israele scatenasse la sua aggressione il 27 dicembre. Mishal aveva richiesto che venissero ristabiliti gli accordi del 2005. Questi accordi prevedevano la fine delle violenze ed un’apertura ininterrotta dei valichi di frontiera, attraverso i quali, con l’avallo di Israele, beni e persone potevano muoversi liberamente tra le due parti della Palestina occupata, la West Bank e la Striscia di Gaza. L’accordo veniva respinto dagli Stati Uniti e da Israele pochi mesi più tardi, dopo che le libere elezioni del gennaio 2006 avevano prodotto “la cattiva strada”.

L’alternativa più larga e più significativa dovrebbe essere per gli USA e Israele quella di abbandonare le loro posizioni di rifiuto estremo e di unirsi al resto del mondo – inclusi i paesi Arabi ed Hamas – in appoggio alla costruzione di due Stati, secondo gli accordi internazionali. Bisognerebbe sottolineare che negli ultimi 30 anni, in un precedente, era avvenuto uno scostamento dalle posizioni di rifiuto e di ostacolo, sostenute usualmente dagli USA-Israele: l’occasione si era presentata a Taba nel gennaio 2001, durante i negoziati che sembravano concludersi con una risoluzione pacifica, quando invece prematuramente Israele annullava tutto.

Quindi, per Obama non dovrebbe risultare tanto assurdo convenire con il resto del mondo, anche all’interno della cornice della politica Statunitense, se egli fosse veramente interessato a procedere in tal modo.
In breve, l’energica reiterazione di Obama sul diritto di Israele a difendere se stesso è un altro esercizio di cinica disonestà – sebbene, bisogna ammetterlo, da non ascrivere soltanto a lui, ma effettivamente universale.

La disonestà è particolarmente impressionante in questo caso, data l’occasione del conferimento a George Mitchell dell’incarico di inviato speciale per il Medio Oriente.

La missione più importante affidata a Mitchell era consistita nel suo ruolo guida per il conseguimento della pace nell’Irlanda del Nord. Questo incarico aveva l’obiettivo di porre fine al terrorismo dell’IRA e alle violenze Britanniche. Implicito era il riconoscimento che mentre la Gran Bretagna aveva il diritto a difendere se stessa dal terrorismo, non aveva però il diritto di farlo con la forza, visto che esisteva una alternativa di pace: il riconoscimento delle oggettive ingiustizie subite dalla comunità Cattolica Irlandese, che stavano alle radici del terrorismo dell’IRA.

Quando la Gran Bretagna si incamminò su questo assennato percorso, il terrorismo ebbe fine.

Le connessioni della missione di Mitchell rispetto alla questione Israelo-Palestinese sono talmente ovvie che non hanno alcuna necessità di essere spiegate nei dettagli. Ma ometterle è, per contro, una sorprendente indicazione dell’impegno da parte dell’amministrazione Obama alla consueta posizione di rifiuto e all’opposizione verso la pace, se non nei tradizionali termini estremistici.


Inoltre Obama ha elogiato la Giordania per il suo “ruolo costruttivo nell’addestramento delle forze di sicurezza Palestinesi e nel coltivare le sue relazioni con Israele” – in contrasto stridente con il rifiuto USA-Israeliano di trattare con il governo della Palestina, liberamente eletto, mentre vengono sottoposti ad una selvaggia punizione i Palestinesi per averlo eletto.

Effettivamente la Giordania si è affiancata agli Stati Uniti armando ed addestrando le forze di sicurezza Palestinesi, in modo che queste potessero sopprimere con violenza le manifestazioni di appoggio alle infelici vittime dell’aggressione USA-Israeliana contro Gaza, arrestando anche i sostenitori di Hamas e l’illustre giornalista Khaled Amayreh, mentre nel contempo venivano organizzate dimostrazioni in sostegno di Abbas e Fatah, nelle quali la maggior parte dei partecipanti “era costituita da dipendenti pubblici e da giovani studenti che avevano ricevuto l’ordine da parte dell’Autorità Palestinese di partecipare alle manifestazioni,” questo secondo il Jerusalem Post.

Il nostro modello di democrazia!
Obama ha reso un’ulteriore considerevole osservazione: “Come conseguenza di un durevole cessate-il-fuoco, i valichi di frontiera dovrebbero aprirsi per consentire il flusso degli aiuti e lo svolgersi di attività commerciali, con un opportuno regime di controlli…”

Naturalmente, non ha fatto menzione del fatto che, dopo le elezioni del gennaio 2006, gli USA-Israele hanno del tutto respinto un patto analogo, e che Israele non ha mai tenuto fede a simili accordi sulla gestione dei confini.
Quindi, non fare menzione di ciò costituisce già una qualche risposta alla dichiarazione di Israele che respinge l’accordo di cessate-il-fuoco, ed allora le prospettive di un cessate-il-fuoco “permanente” non sono favorevoli.

Come riportato nello stesso tempo dalla stampa, “il Ministro del Gabinetto Israeliano Binyamin Ben-Eliezer, che partecipa alle decisioni sulla sicurezza, ha dichiarato alla Radio delle Forze Armate che giovedì Israele avrebbe impedito la riapertura dei valichi di frontiera con Gaza, senza un accordo per la liberazione di [Gilad] Schalit” (AP, 22 gennaio); “Israele tiene chiusi i valichi di Gaza…Un ufficiale ha affermato che il governo ha progettato di usare il problema come arma di scambio per il rilascio di Gilad Shalit, il soldato Israeliano tenuto prigioniero dal gruppo Islamista dal 2006” (Financial Times, 23 gennaio); “All’inizio di questa settimana, la Ministro degli Esteri di Israele Tzipi Livni ha riferito che progressi per il rilascio del caporale Shalit sarebbero una precondizione per l’apertura dei valichi di confine, che sono stati generalmente chiusi da quando Hamas ha strappato nel 2007 il controllo di Gaza all’Autorità Palestinese insediata nella West Bank” (Christian Science Monitor, 23 gennaio); “Un funzionario di Israele ha dichiarato che sarebbero state imposte condizioni dure per una qualche abolizione del blocco, in stretto collegamento con la liberazione di Gilad Shalit” (FT, 23 gennaio); e tanti altri articoli.
In Occidente, la cattura di Shalit costituisce un problema importante, un’altra indicazione del carattere criminale di Hamas.

Qualsiasi cosa si possa pensare a riguardo, è incontrovertibile che la cattura di un soldato di un esercito aggressore non è paragonabile ad un crimine come il rapimento di civili, esattamente quello che le forze di Israele hanno messo in atto il giorno prima della cattura di Shalit, durante l’invasione della città di Gaza, rapendo due fratelli, quindi trasportandoli al di là del confine, dove sono scomparsi all’interno del complesso carcerario Israeliano. A differenza del caso molto meno grave di Shalit, non si è mai avuto notizia di questo crimine, che è stato regolarmente dimenticato, come è stata dimenticata la pratica consueta decennale di Israele di rapire civili in Libano o in acque internazionali e di spedirli nelle prigioni Israeliane, spesso tenuti per tanti anni come ostaggi. Ma la cattura di Shalit fa da interdizione al cessate-il-fuoco!


Il discorso di Obama al Dipartimento di Stato sul Medio Oriente continuava con “ la situazione in deterioramento in Afghanistan e in Pakistan... il fronte centrale nella nostra permanente lotta contro il terrorismo e l’estremismo.”

Poche ore più tardi, aerei Statunitensi attaccavano un remoto villaggio in Afghanistan, con l’intento di uccidere un comandante Talebano. “Gli anziani del villaggio, però, riferivano a funzionari provinciali che non vi erano Talebani nella zona, che il loro era un piccolo villaggio popolato principalmente da pastori. Secondo Hamididan Abdul Rahmzai, alla testa del consiglio provinciale, i morti erano stati 22, fra cui donne e bambini.”(LA Times, 24 gennaio).
Il primo messaggio inviato dal Presidente Afghano Karzai ad Obama dopo la sua elezione di novembre era un appello a mettere fine ai bombardamenti sui civili Afgani, reiterato poche ore prima che Obama prestasse giuramento. Questo veniva considerato tanto rilevante quanto la richiesta di Karzai per la messa a punto di un programma di partenza delle forze armate USA e degli altri stranieri. I ricchi e i potenti erano investiti di “grandi responsabilità”! Fra cui, come riportava il New York Times, vi è quella di “fornire la sicurezza” nel sud dell’Afghanistan, dove “la rivolta è di casa ed autosostentata.”

Tutto familiare. Già letto, ad esempio, sulla Prava negli anni Ottanta!


Global Research Articles by Noam Chomsky




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10 febbraio 2009

Una questione di tortura

 

di Daniele Barbieri

Fra le prime decisioni di Obama c’è un cambio di rotta sull’uso della tortura. E’ una notizia molto positiva. Prima di rallegrarsi però considerate che finora Obama si è detto contrario a una commissione d’inchiesta. Come mai? Per capire bisogna fare un passo indietro.

«Tutti noi, favorevoli o contrari alla tortura, abbiamo recitato un copione scritto oltre 50 anni fa», risponde Alfred Mc Coy in «Una questione di tortura». Da 30 anni fra i maggiori esperti della Cia, è documentatissimo, ha ispirato il documentario «Taxi to the Dark Side» [premio Oscar 2008], viene citato e saccheggiato in quelle rare occasioni che qualcuno si occupa seriamente del tema: eppure la traduzione italiana uscita in settembre sta passando sotto silenzio.

Dai deliri di Mussolini alla tortura di massa in Algeria; dagli esperimenti con le droghe degli anni ’50, nelle università di Usa e Canada, per estorcere informazioni alle diverse tecniche usate in America latina, in Asia o nelle Filippine; dalle bugie di Bush e soci, ai recenti «voli clandestini» per spostare a proprio comodo terroristi [spesso presunti] fino alle proteste dell’Fbi [nientemeno] per quel che accade a Guantanamo. C’è davvero tutto nel libro di McCoy. Tanto per dare un’idea del contesto storico molte pagine sono dedicate al periodo 1950-1962 e alle ricerche della Cia [che investì un miliardo di dollari l’anno] su «controllo mentale, guerra psicologica e ricerche segrete sulla coscienza umana»: un nuovo approccio alla tortura, più psicologica che fisica ma egualmente distruttiva. Quasi sempre la Cia trovò medici e scienziati compiacenti, altre volte creò enti o gruppi di copertura come la «Human Ecology Society», un nome che suona involontariamente ironico come quelle lezioni di tortura [nel 1983 per funzionari dell’Honduras] che furono stampate sotto il titolo «Manuale di addestramento delle risorse umane». Sino al 1976, come ricorda McCoy, le tecniche di tortura vennero insegnate dalla Cia «a centinaia di funzionari sudamericani» nella Scuola delle Americhe, una base dell’esercito statunitense a Panama. Tecniche che furono applicate a livello di massa e purtroppo persino perfezionate in America Latina e Indocina, in Iran e nelle Filippine. Durante la presidenza Carter la Scuola delle Americhe venne chiusa ma riaprì ben presto, trasferendosi a Fort Benning in Georgia.

Avvicinandoci all’oggi, molte pagine sono dedicate a spiegare nei dettagli come l’amministrazione Bush abbia garantito l’impunità a chi usa la tortura ma anche come giudici coraggiosi e attivisti dei diritti umani, qualche giornalista fuori dal coro e persino militari si siano opposti.

Il libro si chiude dove era iniziato, nel 1933: «la tortura non servirà come scorciatoia per la sicurezza. È un patto con il diavolo che lascerà a Satana una ipoteca sulla libertà americana». Mc Coy è «indispensabile» come ha scritto Naomi Klein.

Un punto debole nella traduzione merita di essere segnalato. Non viene spiegato [per esempio a pag 127 o 331 dove avrebbe giovato a una migliore comprensione] il senso del termine «Libertà d’informazione». Si tratta del «Freedom Act», una legge varata nel 1966 che consente a chiunque di accedere, dopo un certo numero di anni, a tutti - o quasi - i documenti segreti. Un’ottima legge che Bush & soci hanno cercato in tutti i modi di bloccare e che, per inciso, in Italia ci sogniamo.

Forse penserete che questo saggio, pur importante, sia un mattone, importante quasi solo per studenti, studiosi o militanti dei diritti umani. Non è così: in primo luogo Mc Coy scrive benissimo, più narratore [come mostra il colpo di scena nell’introduzione] che topo di biblioteca; in secondo luogo perché le tecniche su controllo della mente, la guerra al terrore, la pretesa di impunità degli Usa sono realmente tre questioni centrali della politica e non una sorta di casuale appendice del bushismo. Ma poi militanti dei diritti umani non dovremmo essere tutte e tutti?

Alfred W. McCoy “Una questione di tortura”

Socrates 2008 (edizione originale 2006) 338 pagine, 16 euri




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9 febbraio 2009

Lo schifo del 5 febbraio

 

«Lo schifo del 5 febbraio»

di Daniele Barbieri

? – Zero, 10, sotto zero

Questa rubrica d’abitudine numera le notizie e i brevi commenti: da 1 in avanti come ci hanno consigliato certi extracomunitari (i romani erano bravini a far ponti ma scarsi in matematica). Ma su «Come» 300 (15 giugno 2008) ho indicato la prima notizia con 0 (altra invenzione extra-Ue): mi chiedevo se, viste le mosse del nuovo governo, questa rubrichetta avesse un senso. Da «Come» 306 (15 settembre) la numerazione ri-partì da 10 cioè dall’articolo 10 della nostra Costituzione nel quale, fra l’altro, si legge: «Lo straniero, al quale sia impedito l’effettivo esercizio delle libertà democratiche […] ha diritto d’asilo nel territorio della repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». Ottimo, anche se l’Italia (a differenza di altri Paesi Ue) questa legge d’asilo non la vuol fare. Le mie (fondate) paure si sono concretizzate il 5 febbraio con un governo che si pone apertamente fuori dalla nostra Costituzione. Perciò la mia numerazione va simbolicamente sotto zero. Parto da -1 (è più visibile se scrivo «meno 1»). Serve a qualcosa? Chissà se la stessa domanda se la facevano gli studenti con il cartello «Siamo medici, non spie»… Spero presto di ripartire da 10, numero extracomunitario e bell’articolo di una Costituzione democratica. Vorrei non avere così tante «sparate» da commentare, troppe «sparite» da cercare e un sordo dolore che cresce. Ormai sogno a occhi aperti che un pacifico sollevamento popolare spazzi via la cancrena anti-democratica. Chissà se altri hanno lo stesso mio sogno…

Meno 1 – Amin Mustafa

Se avevate una lente di ingrandimento forse il 13 gennaio potevate leggere su alcuni “grandi” quotidiani che la Corte europea ha bloccato l’espulsione dall’Italia di un kurdo iracheno perché se rimpatriato potrebbe essere torturato o ucciso. Chi ci governa non era a conoscenza degli articoli 2 e 3 della Convenzione europea o virilmente «se ne frega»?

Meno 2 - Sendebad

E’ l’unico fra i bengalesi ad aver avuto il diritto d’asilo in Italia perché gay e nel suo Paese l’omosessualità è reato. Il 15 gennaio Delia Vaccarello racconta su «l’Unità» la sua storia. Tanti anni fa all’ingresso della scuola di don Milani si leggeva «i care», mi interessa: l’esatto opposto del motto fascista «me ne frego».

Meno 3 - Emmanuel

Sempre il 15 gennaio arriva una notizia attesa da settembre: 4 vigili ai domiciliari, 10 sospesi dal servizio. Il pestaggio e le umiliazioni (c’è una macabra foto-ricordo) del giovane ghanese a Parma finiranno in tribunale con un’aggravante: discriminazione razziale. Il procuratore capo sottolinea che il Comune non ha offerto collaborazione. Anzi.

Meno 4 – La quindicenne Av

Sempre a metà gennaio una minore rom è condannata (3 anni e 5 mesi) per aver tentato di rapire una neonata, nel maggio scorso a Ponticelli. Alcune associazioni si dicono perplesse sulla correttezza del processo, intanto esultano certi giornalisti e politici. Dimenticando che è appena uscito «La zingara rapitrice» (Cisu) dove si esaminano 40 casi simili – dal 1986 a oggi – e si dimostra che le accuse erano sempre false. Se una rondine non fa primavera perché una rom dovrebbe fare (cioè giustificare) una isteria di massa? Al riguardo vedi meno 11.

Meno 5 – Cinese, 42 anni

Per molti giornalisti non merita neppure il nome: è morta da «clandestina» il 17 gennaio a Porto d’Ascoli, cadendo da un tetto mentre cercava di sfuggire a un controllo.

Meno 6 - Istat

Il 18 gennaio su «Metropoli» (supplemento di «Repubblica») si racconta di un’indagine dell’Istituto di statistica: gli stranieri sono, in media, più sani degli italiani e non «esportano» malattie. Vi sembra interessante? Infatti segue un gran silenzio politico e mass-mediatico.

Meno 7 - Imam

«Le prediche devono essere fatte in lingua italiana»: a partire da questa frase di Gianfranco Fini il 19 gennaio il «Corriere della sera» costruisce due pagine. Ben visibili i box con le opinioni di un vescovo e «dal mondo ebraico»; manca un analogo spazio a qualche esponente musulmano. Buffo vero?

Meno 8 – Mohamed Chamrani

E’ solo a gennaio che i giudici concludono che la morte di un giovane marocchino (il 19 ottobre nel lago di Garda) non è un incidente. Pestato, gettato in acqua e di nuovo picchiato mentre cercava di uscire: omicidio dunque. Gli accusati sono tre giovani, «italiani brava gente» come i tanti che in quelle zone pestano gli stranieri che vendono le rose per strada. E che i giornalisti quasi mai vedono.

Meno 9 – Tar boccia governo

Nelle stesse ore un’altra notizia che forse meritava maggior spazio sui media: il Tar (tribunale amministrativo) del Lazio accoglie un ricorso presentato dalla Cgil definendo alcune norme del decreto flussi 2007 «discriminatorie e vessatorie nei confronti dei datori di lavoro stranieri».

Meno 10 – Le voci del terzo settore

Il 22 gennaio «L’unità» dedica 4 pagine a un dibattito (con Acli, Arci, Cnca e don Albanesi della comunità di Capodarco) su razzismo e solidarietà. Secondo un titoletto «la social card è solo un’elemosina medioevale», il titolo d’apertura è ancora più netto: «immigrati, spirale schiavista».

Meno 11 - Esasperano

Si registra in Italia«Aumento degli episodi di razzismo» contro i rom: «alcuni di una violenza senza precedenti». Il 21 gennaio viene reso noto a Bruxelles il rapporto della Commissione libertà civili dell’Euro-parlamento. Si legge che i media «esasperano anziché placare le tensioni esistenti nella società». Parole dure per il «pacchetto sicurezza» del governo. Ah, quelli che «esasperano» si sono offesi chiudendosi in uno sdegnato silenzio.

Meno 12 - Finanziano

Abbastanza in contrasto con la notiziola qui sopra, il giorno dopo la Commissione europea approva il programma italiano per accedere ai finanziamenti del «Fondo europeo per i rimpatri» che prevede fra l’altro «la mappatura della comunità migranti» (unico Paese fra i 27), fra cui il censimento dei rom. Ma in Europa non erano contrari? Si vede che la confusione e la schizofrenia non sono mali locali.

Meno 13 - Lampedusa

Della rivolta di Lampedusa il 24 gennaio, degli abitanti che solidarizzano con gli immigrati, del sindaco, di Berlusconi che fa battute su quelli che vanno a bersi una birra… sicuramente avete sentito molto parlare. Ho detto «molto» che non necessariamente implica «e bene». L’indomani «il Sole-24 ore» titola «1300 fuggono dal Cpa» mentre su «il manifesto» (sempre fuori dal coro) Enrico Pugliese firma l’editoriale «Belle evasioni» e si pubblica con grande evidenza una lettera di Tonino Costanza: «una cosa mai vista, noi lampedusani con gli immigrati».

Meno 14 - Massa

Altra rivolta (a Marina di Massa) il 26 gennaio: un centinaio di persone da 6 mesi è nel campo della Croce Rossa e protesta (in corteo) perché secondo la legge entro 3 mesi dovrebbero essere identificati e sapere se possono fare domanda di asilo politico..

Meno 15 – Razzismi quotidiani

Sempre il 26 viene presentata una ricerca del Naga e del Cospe fra gli immigrati: il 18% dice di essere stato offeso o maltrattato dalle forze dell’ordine, il 40 al lavoro. Ci si sente dire «non crederai di entrare in discoteca perché ha vinto Obama» o peggio. In 35 giorni i ricercatori registrano 48 atti di razzismo ma purtroppo sono di più perché molte/i hanno paura e non sporgono denuncia. Su www.cospe.org potete leggerla per intero… fatelo, visto che i media erano perlopiù distratti (con l’eccezione di «Metropoli» del 1 febbraio).

Meno 16 – Colpi di sole fuori stagione?

Il 27 gennaio i media informano che pochi giorni prima il Consiglio comunale di Lucca ha varato un nuovo regolamento: niente permessi a bar e ristoranti che non cucinano “tipico”.

Meno 17 – La legge di Lynch

Gennaio si chiude con pessime notizie da Guidonia. Prima uno stupro di gruppo, subito dopo (il 25 gennaio) durante un corteo di Forza nuova vengono feriti 4 romeni e 5 albanesi, poi un assalto contro i colpevoli (presunti, finché un tribunale non li condanna) dello stupro. La violenza sessuale è un reato orribile ma i linciaggi non sono da meno: che avvengano contro innocenti o rei. Ma se si cercasse nella memoria o negli archivi (come fa il 28 gennaio «il manifesto») verrebbe fuori che a fine agosto 2006 una ragazza romena venne violentata a Guidonia da un italiano: allora zero tentativi di linciaggio (meno male) però non si sentirono (come mai?) urla sdegnate di giornalisti, politici e gente qualunque contro chi stupra.

Meno 18 – Figli d’un dio minore

Un tribunale di Brescia il 27 gennaio dichiara illegale la delibera del Consiglio comunale che esclude le coppie straniere dal «bonus bebè». Si rallegra la Cgil che aveva sporto denuncia (come nel caso della notizia meno 9).

Meno 19 – Asif Raza

I maligni avranno notato che questa rubrica cita spesso «il manifesto» e «Liberazione». Non è per particolare “amore” ma perché intorno al razzismo danno spesso notizie che i grandi media omettono. Il che non li mette al riparo da scivoloni, magari a rovescio. Perché a esempio non dare spazio (a fine gennaio) alla notizia dell’arresto del pachistano presidente del Consiglio provinciale (a Bologna) degli stranieri? Forse è colpevole o forse no… ma perchè la notizia deve essere resa invisibile? Sarebbe una scelta antirazzista o solo un caso di stupidità?

Meno 20 - Torino

Gennaio si chiude con un’altra brutta storia: come a Massa (vedi meno 14) i profughi protestano e la polizia carica. Quasi tutti i giornalisti dimenticano di informare che il governo (come i precedenti) non rispetta gli accordi internzionali sul diritto d’asilo.

Meno 21 – Altro colpo di sole?

Come accaduto a Lucca (confronta meno 16) si registra un episodio inspiegabile, dovuto forse all’eccesso di calore nella giornata del 30 gennaio: tal Roberto Maroni dichiara prima di essere un ministro e poi di avere le prove che in Italia vi sono «traffici di organi di minori». Fatti i controlli, purtroppo una delle due notizie risulta vera.

Meno 22 – Niar Vst

A fine gennaio e inizio febbraio si parla molto dei lavoratori inglesi che protestano contro gli italiani che vanno lì a «rubare posti». Una questione complessa che, al solito, è semplificata in base al teorema che io chiamo con la sigla Niar Vst: cioè «Noi Italiani Abbiamo Ragione, Voi Stranieri Torto». Non sono previste eccezioni. Se andate a verificare Al Capone era marocchino e Rodolfo Graziani rumeno. Se invece fossero italiani, allora è ovvio: avevano ragione anche loro, tacciano i calunniatori.

Meno 23 – Chehari Behari Diouf

L’ispettore Paolo Morra litiga con il vicino (un senegalese da 20 anni in Italia) così entra in casa, prende il fucile lo uccide. Accade a Civitavecchia, l’ultimo giorno di gennaio. Non è una notizia da prima pagina vero?

Meno 24 – Doppiamente colpevoli

Che sia freddo o caldo, accada a Trento o a Ragusa, a Bologna o ad Alzano Lombardo le notizie di immigrati licenziati (crisi? razzismo? questioni sindacali?) sono invisibili a quasi tutti i giornalisti. Ma bisogna dare a ognuno il suo: quei licenziati hanno due colpe, essere operai e non essere italiani.

Meno 24 – Nettuno e dopo

Sapete cosa è accaduto il 1 febbraio, vero? Poche ore dopo il rogo, il ministro Maroni dice che contro i clandestini «ci vuole cattiveria» e il 5 febbraio il governo vara norme contro i matrimoni misti, chiede ai medici di fare le spie, incoraggia le ronde, impone tasse assurde. Il 6 febbraio su «il manifesto» Alessandro Del Lago scrive: «la discriminazione degli stranieri diventa stigma ufficiale, un marchio legale». Mi si stringe il cuore ma devo dargli ragione. Siamo sotto zero.

Meno 25 – Lilian Thuram

Secondo il francese «Le monde», il famoso calciatore (ex di Juve e di Parma) ha detto no a Sarkozy che gli offriva un posto da ministro «per le diversità» perché non condivide le sue idee (e infatti lo accusò di razzismo all’epoca delle rivolte nelle banlieux parigine). Poi ha aggiunto: «La politica è qualcosa di talmente nobile che non può essere affrontata con approssimazione». Un alieno?

Meno 26 – Magdy Makar

Prima le svastiche e gli insulti poi (il 4 febbraio) le molotov contro il negozio di un egiziano a Bologna. Fatterelli locali che non interessano i grandi media.

Meno 27 – Ruggero Marino

Il 6 febbraio ad Agrigento si apre il processo contro il capitano di un peschereccio che, per non interrompere la pesca, gettò in mare un naufrago somalo. Come sopra, si tratta di una notiziola locale, poco interessante per i giornalisti.

Meno 28 – Albenga

Arrestati tre imprenditori agricoli per sfruttamento di immigrati: come sopra, non interessa.

Meno 29 – Uomini e caporali…

… è il titolo d’un libro (Mondadori) di Alessandro Leogrande sui tre ragazzi polacchi schiavizzati in Puglia che nel 2005 riuscirono a fuggire, sulle centinaia di denunce dei braccianti schiavizzati, sui desaparecidos nei campi di pomodori, su alcune morti sospette, sul processo (concluso a Bari il 22 febbraio 2008) con 5 condanne per «riduzione in schiavitù». Quasi nessuno ne parla. Un buon motivo per leggerlo e/o regalarlo.

Meno 30 – Carlo Levi scrisse….

… che Cristo si è fermato a Eboli. Oggi lì non ci sono esiliati politici ma nuovi schiavi che, come nella vicina Puglia, sono quasi sempre immigrati. Lo racconta «Mannaggia alla miseria», un libro di Anselmo Botte (sindacalista Cgil) che esce in questi giorni; ne riparleremo.

Meno 31 – Einstein più Ellekappa

Sulla rivista «Consumatori» della Coop in prima pagina una frase del grande fisico: «L’unica razza che conosco è quella umana». A pagina 15 una vignetta. La prima donna chiede: «Sai cosa si meritano i razzisti di casa nostra?». La seconda risponde: «Fra qualche anno una badante vendicativa».

Meno qualcosa…

Chi sa dirmi quanto manca all’alba?




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