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Diario
 


 

20 anni in attesa di giustizia
dal sindacato al carcere
imputazione spionaggio


prefazione di Mario Capanna

nelle migliori librerie
o sul sito
www.memori.it






9 settembre 2007

Crescono i neonazisti in Germania Est. Sondaggio

Un sondaggio-choc di Forsa per N-tv si abbatte sulla politica tedesca: i neoonazisti superano la Spd in Sassonia (uno dei Land dell'ex Germania dell'Est). Se si votasse oggi per rinnovare il parlamento regionale di Dresda, l'estrema destra della Npd otterrebbe il 9% mentre la Spd non andrebbe più in là dell'8%. In calo anche la Cdu, che dal precedente 41,1% scende adesso al 39%. In forte crescita è invece la "Linke" di Oskar Lafontaine e degli ex comunisti della Ddr (Pds), che dall'attuale 23% passerebbe ad oltre il 27% un balzo in avanti di quasi quattro punti, rispetto al precedente 23,6%. Al partito liberale andrebbe il 7%, rispetto al precedente 5,9%, stabili i Verdi al 5%. Le ragioni di tale siofferenza sociale: l'immigrazione, l'insicurezza sociale e la paura di essere cittadini tedeschi di serie B.




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8 settembre 2007

La stupidità non va mai in ferie

Sapevamo che la stupidità non va mai in ferie.Ma quel che ci preoccupa è che sia la cultura civile a cadere in letargo. Provate a mettere in fila i giornali italiani di agosto e avrete un quadro desolante del degrado della vita pubblica e della crisi morale in cui versa il Paese.
Un Paese dove i politici definiscono le tasse un furto e incitano a evaderle senza suscitare più di tanta indignazione. Dove un capo di partito ed ex Ministro come Bossi può fare dichiarazioni da codice penale e restare ago della bilancia delle riforme istituzionali. Dove le imprese piangono sempre miseria perseguitate da tasse e vincoli opprimenti, ma non dicono che fatturati e profitti sono in crescita. Dove gli economisti vedono nel costo del lavoro e nella rigidità dei sindacati gli ostacoli allo sviluppo, ma si guardano bene dal denunciare gli squali della finanza che sottraggono risorse alla produzione e alla buona occupazione. Un Paese che assiste impotente alla devastazione degli incendiari e all'arroganza delle mafie. Che trasforma i personaggi più squallidi di ‘vallettopoli’ in eroi televisivi, che fa della violenza fra le mura domestiche lo spettacolo morboso del giallo dell'estate. Le ciniche speculazioni sul rogo di Livorno, i commercianti che non rinunciano all'incasso di una sera per quattro bimbi morti, non sono il segno di una società che sta smarrendo, col senso della misura, anche quello della comunità?
Allora gridiamo a un'emergenza immigrazione che in realtà non c'è. E l'ossessione securitaria trasforma i lavavetri nel problema nazionale da risolvere in nome del decoro delle città. Ma cercare il consenso nascondendo ai nostri occhi  l'emarginazione non è una soluzione. Serve solo a criminalizzare i poveracci, ed è come pulire il salotto buono spazzando la polvere sotto il tappeto. La sicurezza, in una società sempre più complessa, richiede politiche di inclusione, cultura della convivenza, consapevolezza che libertà e diritti o sono per tutti o non sono affatto. Dovremo riflettere su quanto sta avvenendo e ritrovare il senso della comunità e il valore della dignità umana che forse stiamo smarrendo.

Mario Cocco




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7 settembre 2007

Giorgio Cremaschi ad Affari

 

Giorgio Cremaschi (Fiom) ad Affari: Prodi stalinista, Padoa Schioppa miglior alleato di Berlusconi. La sinistra radicale lasci il governo... (Venerdí 07.09.2007 12:41)

"E' una festa come quelle dei partiti, ma organizzata dal sindacato". Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom-Cgil, spiega in un'intervista ad Affari la tre giorni di "Rete 28 aprile" che si sta svolgendo a Parma. Attacca Epifani, spara a zero su Prodi e il partito democratico e invita la sinistra radicale a lasciare il governo.
Quali sono gli obiettivi della vostra kermesse?
"Il primo, immediato, è quello di lanciare la campagna per il no al referendum sul protocollo del 23 luglio. Ci impegneremo in tutti i modi perché questo accordo sia bocciato nei luoghi di lavoro. Lo consideriamo estremamente negativo. Discuteremo anche con gli altri esponenti della Cgil e con tutti coloro che hanno assunto posizioni critiche su questo tema".
E poi?
"Dobbiamo collegarci ai movimenti no global come quelli di Vicenza, per la pace e sociali. Puntiamo a costruire da qui un'area antagonistica all'interno della Cgil. Contro la concertazione e per il rilancio del conflitto".
L'obiettivo più strategico?
"Rilanciamo l'idea dell'indipendenza del sindacato dalla politica e, quindi, dell'indipendenza della Cgil dal Centrosinistra".
Quindi secondo lei Epifani è troppo legato al governo Prodi?
"Assolutamente sì. Pensiamo che tutto il sindacato confederale subisca moltissimo l'offensiva del partito democratico. Si tratta di pressioni sul piano dei contenuti. L'accordo del 23 luglio è espressione pura della cultura del partito democratico".

Mia Nota - Forse era meglio se Rifondazione non entrava nel Governo. Ora, dopo aver assaporato, l'aria di Governo e istituzionale (Bertinotti alla Camera) mi pare che uscirne è praticamente impossibile. Nascerà un moviemnto che prenderà i voti della Rifondazione.




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7 settembre 2007

Rifondazione ha paura dei sindaci?

 "Che ai sindaci e alla polizia municipale possano essere assegnate funzioni di polizia giudiziaria è, in determinate situazioni, di qualche utilità". Parola del primo cittadino di Bologna Sergio Cofferati che, insieme al sindaco di Firenze e presidente dell'Anci, Leonardo Domenici. "Parlo però di pochissimi compiti, definiti con molta precisione, per non cambiare la natura al ruolo dei sindaci", ha precisato Cofferati.
Rifondazione Comunista si dice preoccupata.




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6 settembre 2007

Gabbanelli: "Come spende Sviluppo Italia"

 Da il SOLE24ORE


Caro direttore,
il 3 settembre scorso leggo sul suo giornale la bella intervista di Mariano Maugeri ai nuovo amministratore delegato di Sviluppo Italia, Domenico Arcuri, Rimettere Sviluppo Italia sui suoi binari credo sia oggi una operazione molto complessa, ma non impossibile se affidata a uomini capaci e determinati. Come giustamente dice Maugeri, il tempo ci dirà se Arcuri è l'uomo giusto. Certamente è un uomo che sa dove ha messo i piedi. Durante la conferenza stampa del 5 luglio ha detto di aver ereditato una farsa. Al suo giornale ha dichiarato «mentre accadeva tutto questo dov'erano la politica, il sindacato, i mass-media? Nessuno ha tentato di capire cosa accadesse in una società che faceva acqua da tutte le parti con i soldi dei contribuenti».
Il punto è proprio questo: i soldi dei contribuenti. Il signor Arcuri certamente non ignora che qualche contributo all'informazione Report lo ha dato poiché il vice-ministro con delega su Sviluppo Italia, Sergio D'Antoni, nel mese di marzo ha dichiarato alla nostra telecamera: «Ho visto la trasmissione, avete fatto un atto di denuncia. Ne abbiamo tenuto conto, tanto da provvedere alla sostituzione dei vertici». D'Antoni si riferiva alla nostra inchiesta trasmessa ad ottobre 2006, nella quale si documentavano gli orrori ereditati da Arcuri. Bene, il risultato di quella denuncia e stata una citazione per danni per 5 milioni di euro da parte di Sviluppo Italia. Qualche mese dopo cambiano i vertici, ma la causa va avanti. D'Antoni sa come andavano le cose là dentro, e alla domanda «Abbiamo detto qualcosa di sbagliato?» la risposta è: «No! assolutamente». Allora, mi chiedo, per quale ragione il signor Arcuri permette che si continuino a spendere i soldi dei contribuenti per pagare gli avvocati in una causa contro la Rai e due giornaliste che non hanno fatto altro che il loro mestiere, ovvero fornire quelle informazioni che, sempre secondo Arcuri, latitavano. E’ importante prendere posizione su questo punto, altrimenti si legittima il sospetto che fra nuova e vecchia dirigenza ci sia ancora un legame molto solido: il comportamento intimidatorio verso quella stampa che mette il naso dove non dovrebbe, salvo poi reclamarne l'asscnza quando conviene. Infine un fatto allarmante. Arcuri nell'intervista al suo giornale dichiara: "Pongo come condizione quella di
continuare a lavorare con il ministro Bersani. Sappiate che quando farà le valigie, me ne andrò dietro di lui”. Ma Arcuri è un manager e Bersani u politico! I loro destini dovrebbero essere subordinati solo ai risultati. A meno che Sviluppo Italia, nonostante gli intenti sbandierati, non abbia nessuna intenzione di diventare "impresa", ma preferisca continuare a servire le clientele.
Milena Gabanelli
Report




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6 settembre 2007

Criminalità, microcriminalità e rapine in villa

Artur Lleshi, albanese, condanna per dieci anni per tentato omicidio, uscito grazie all’indulto, espulso, ma solo sulla carta, dall’Italia. Naim Stafa, albanese, precedenti per rapina, droga, armi, soggetto indesiderato sul territorio di Schengen. Clemente Mastella, italiano, ministro di Grazia e Giustizia, responsabile dell’indulto.
      L’indulto gli italiani non lo volevano. E’ servito a evitare il carcere a chi, spesso molto vicino ai partiti, aveva commesso reati contro la pubblica amministrazione, reati finanziari, reati societari, reati fiscali. Il resto sono balle. Mastella è stato messo lì per questo. E’ un inciucione bipartisan. Garantisce tutti, tranne i cittadini. Gli effetti dell’indulto si sono visti in questi mesi. Adesso un Governo di impuniti, senza fare ammenda, senza alcuna autocritica, ci dice che vuole impedire le scarcerazioni facili. Che vuole combattere la microcriminalità.

Il sito www.lavoce.info ha pubblicato
un articolo sugli effetti dell'indulto riassunti in questo grafico:

effetti_indulto.jpg






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5 settembre 2007

Don Vinicio Albanese scrive

 Ricevo e pubblico. Non su tutto sono d'accordo ma il dibattito è vero ed aperto

Ai Sindaci di Roma, Torino, Bologna, Firenze

Gentilissimi Signori, uomini di sinistra, improvvisamente, vi siete svegliati attivandovi perché le vostre città (città grandi) godessero di sicurezza. Vi siete accorti dei lavavetri, della micro e macro criminalità, dell'immigrazione clandestina, delle vendite abusive, della prostituzione e avete deciso di dire basta, invocando il rispetto delle regole.
Gli abitanti delle vostre città hanno detto: finalmente, era ora. Non avendo altri strumenti avete invocato la legge penale, pensando di fare cosa giusta.
Il lato debole delle vostre recenti iniziative è il doppio passo che usate costantemente nei confronti dei cittadini che amministrate. Voi non invocate sempre legalità, ma sopportate molte illegalità sul vostro territorio, quando esse sono a beneficio degli abitanti "doc”: abusivismo nell"edilizia, nel commercio, nella pubblicità, nell’uso dei beni pubblici, nell’accoglienza etc. Non controllate, come dite, il vostro territorio, ma sopportate (e alimentate) una diffusa legale illegalità. Siete molto prudenti o assenti nei confronti dei ceti che contano: diventate severi se i livelli di illegalità “disturbano” l’equilibrio dell’illegalità nostrana. Le vostre città vivono e prosperano con l’apporto degli stranieri, italiani e non. Siete stati assenti nel garantire il rispetto delle regole per gli studenti fuori sede, per gli immigrati lavoratori, per i turisti, per le prostitute di infimo bordo. Come sempre accade non avete iniziato dalla testa, ma dalla coda. Era più semplice sforbiciare gli estremi. Con le vostre iniziative vi ponete nell’antica tradizione della tutela dei benestanti: avrete consensi e il pensiero unico vi accompagnerà per le prossime amministrazioni.
Abbiate almeno il buon senso di non invocare giustizia, ma il diritto dei più a non essere disturbati. Così il prezzo della bottiglietta di acqua delle vostre città continuerà a salire nel prezzo; come il posto letto per lo studente fuori sede. Il costo dei parcheggi andrà alle stelle e le multe ingrasseranno le casse municipali. Gli immigrati lavoratori continueranno a vivere nelle stamberghe abbandonate e le prostitute povere avranno, finalmente, strade tutte loro. E se sono minorenni, pazienza.
Non occorreva essere geni per capire che i grandi movimenti di popolazioni avrebbero trascinato anche irregolari e delinquenti: avete invocato il libero mercato, lamentandovi poi delle sue distorsioni. Non si tratta di ingenuità, ma di furbizia.
Non è esattamente la politica sociale che sognavamo: ma ogni sogno invoca speranza e a questa continuiamo ad appellarci.

4 settembre 2007




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4 settembre 2007

Caino, Kagame e dintorni

 La premiazione di ieri di Paul Kagame come “Abolizionista 2007 della pena di morte” voluta dall’associazione “Nessuno Tocchi Caino” non convince. Certo si può essere pentiti ma perchè premiare come vergine una donna di strada. Dopo l’intervento su Nigrizia.it di padre Aurelio Boscaini, un altro missionario comboniano, padre Tonino Falaguasta Nyabenda, studioso dell’Africa dei Grandi Laghi da oltre 40 anni, si dice scandalizzato per l’assegnazione del premio e racconta altri “particolari” sulla responsabilità del leader rwandese nel genocidio del ’94 e nella morte di milioni di persone nell’Rd Congo negli anni seguenti. "Visitando il sito di Nigrizia, scopro con sorpresa che a Paul Kagame, presidente del Rwanda, è stato dato il premio da “Nessuno tocchi Caino” per l’abolizione della pena di morte in quel paese. Apro i siti-web www.gov.rw e rwanda.rw noto che si parla, con parole magniloquenti, della visita in Italia del presidente e dell’accoglienza riservatagli. Leggendo, in particolare, il testo in kinyarwanda, si nota la grande soddisfazione del governo rwandese (il sito è ufficiale) per tutte queste attenzioni di cui è oggetto Paul Kagame.Ma il passato è passato? La storia di questo uomo – e della mafia che gli gira attorno – è conosciuta in Italia? Ho l’impressione che il nostro governo (a consegnare il premio è stato il presidente del consiglio Romano Prodi) non sappia nulla – o non voglia saper nulla – oppure abbia progetti politici inconfessabili per quel che riguarda il Rwanda e il suo presidente. Paul Kagame, fuggito in Uganda al tempo della rivoluzione del 1959, anche se era bambino, ha conservato nel cuore il desiderio della vendetta e della rivincita. In Uganda ha appoggiato la presa di potere, con la violenza, di Yoweri Museveni. È stato per diversi anni capo dei servizi segreti del paese vicino. Poi, al momento opportuno, ha chiesto all’amico Museveni l’aiuto promesso. In effetti, gli attacchi contro il Rwanda e il suo presidente Juvénal Habyarimana partivano dall’Uganda; da Kampala venivano le armi, i missili, gli elicotteri a visione notturna, ecc., che permisero a Kagame di rosicchiare un pezzo alla volta il nord del Rwanda. La vera guerra per la conquista di Kigali cominciò già nel 1990, con la conquista di Byumba e con la pulizia etnica del territorio circostante. Dio solo sa quanti camion di cadaveri furono scaricati nel parco della Kagera e dati in pasto ai leoni e alle iene, o buttati nel fiume dello stesso nome... Cadaveri di oppositori, evidentemente hutu. Tanto da provocare la reazione della Francia di Mitterand con l’“Operazione Turquoise”.
E veniamo all’aprile 1994. Si trattava di fare delle scelte importanti. Per conquistare Kigali bisognava sbarazzarsi di Habyarimana. Il Presidente rwandese aveva già firmato l’accordo di Arusha, con il quale si dava spazio ai tutsi nella vita politica e sociale del paese. Ma per Kagame e la sua cricca questo non bastava. Kagame arrivò a dire che 50mila morti della sua etnia era “un prezzo più che accettabile per la conquista di Kigali”: morti che sarebbero stati il frutto della rappresaglia della gente per la fine di un’epoca a dominazione hutu incarnata da Habyarimana.
L’attentato dell’aereo presidenziale del 6 aprile 1994 fu preparato con cura. I missili furono forniti dagli Stati Uniti, via Uganda. L’intervento del presidente tanzaniano Julius Nyerere fu fondamentale per convincere Habyarimana a salire sull’aereo che lo portava a Kigali. Habyarimana era sempre stato una persona molto prudente...

Si farebbe bene a leggere il libro di Pierre Péan, Noires Fureurs, Blancs Menteurs (“Furie nere, bianchi bugiardi”) per capire quello che è successo veramente nel 1994. Molte cose, 

Si farebbe bene a leggere il libro di Pierre Péan, Noires Fureurs, Blancs Menteurs (“Furie nere, bianchi bugiardi”) per capire quello che è successo veramente nel 1994. Molte cose, comunque, rimangono note solo a una ristretta cerchia di amici di Kagame. Appena l’attuale presidente del Rwanda sospetta che qualcuno non mantiene il segreto, lo fa eliminare, in qualunque parte del mondo egli si trovi.
Kagame, inoltre, ha avuto un ruolo importante nella caduta di Mobutu e nella conquista del potere da parte di Laurent-Désiré Kabila, padre dell’attuale presidente dell’Rd Congo. Ricordo solo il campo profughi di Goma (nella regione del Kivu, nell’Rd Congo) dove erano ammassati due milioni di rwandesi fuggiti alle stragi dell’esercito di Kagame. Nel 1997 furono attaccati e inseguiti per tutto il territorio congolese. Solo poche migliaia riuscirono a rifugiarsi nel Congo-Brazzaville e nella Repubblica Centrafricana, attraversando fiumi e foreste... a piedi (mi dicevano i rwandesi rifugiati a Bangui), perché le scarpe si consumavano in fretta.
E oggi il presidente del Rwanda viene in Italia ed è ricevuto con tutti gli onori, come se nulla fosse successo nel suo paese in questi ultimi vent’anni. Come se in quel suo paese ci fosse una vera vita democratica. Sono inorridito ed esterrefatto! Un uomo che ha sulla coscienza milioni di morti, che dirige il suo paese con il pugno di ferro e richiama alla mente i dittatori di storia recente o passata, riceve addirittura un premio da chi si definisce difensore dei diritti umani e della pace.

Sono senza parole"
padre Tonino Falaguasta Nyabenda




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3 settembre 2007

Gabriele Cagliari. In memoria

Il Foglio ha pubblicato un numero monografico sui "giorni dei suicidi" (Cagliari e Gardini) legati alle inchieste di tangentopoli di dieci anni fa.
A pagina tre era pubblicata la lettera che Gabriele Cagliari ha scritto alla famiglia prima di chiudersi nel bagno della sua cella, infilarsi un sacchetto di plastica in testa, e legarselo al collo coi lacci delle scarpe. La riproduco qui sotto, senza commento. Lo farò ogni mese.

Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna.
La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto.
Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile.
Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto.
Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare
Per di più ho sessantasette anni e la legge richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti.
Ma, come sapete, i motivi di questo infierire sono ben altri e ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare.
L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”. Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro chiamano il nostro “ambiente”.
La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e loro complici intendono mettere le mani.
Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti.
Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario.
La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente.
Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima.
Qui dentro ciascuno è abbandonato a stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività nell’ignavia; la gente impigrisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.
Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima.
Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia.
Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere.
Hanno distrutto la dignità dell’intera categoria degli avvocati penalisti ormai incapaci di dibattere o di reagire alle continue violazioni del nostro fondamentale diritto di essere inquisiti, e giudicati poi, in accordo con le leggi della Repubblica.
Non sono soltanto gli avvocati, i sacerdoti laici della società, a perdere la guerra; ma è l’intera nazione che ne soffrirà le conseguenze per molto tempo a venire. Già oggi i processi, e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti di Camera di consiglio.
Non parliamo poi dei tribunali della libertà, asserviti anche loro ai pubblici ministeri, né dei tribunali di sorveglianza che infieriscono sui detenuti condannati con il cinismo dei peggiori burocrati e ne calpestano continuamente i diritti.
L’accelerazione dei processi, invocata e favorita dal ministro Conso, non è altro che la sostanziale istituzionalizzazione dei tribunali speciali del regime di polizia prossimo venturo. Quei pochi di noi caduti nelle mani di questa “giustizia” rischiano di essere i capri espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione.
Io sono convinto di dover rifiutare questo ruolo. E’ una decisione che prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa giusta.
La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente mie mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta.
Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo.
Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre.
Non ho molto altro da dirvi poiché questi lunghissimi mesi di lontananza siamo parlati con tante lettere, ci siamo tenuti vicini. Salvo che a Bruna, alla quale devo tutto. Vorrei parlarti Bruna, all’infinito, per tutte le ore e i giorni che ho taciuto, preso da questi problemi inesistenti che alla fine mi hanno fatto arrivare qui.
Ma in questo tragico momento cosa ti posso dire, Bruna, anima dell’anima mia, unico grandissimo amore, che lascio con un impagabile debito di assiduità, di incontri sempre rimandati, fino a questi ultimi giorni che avevamo pattuito essere migliaia da passare sempre insieme, io te, in ogni posto, e che invece qui sto riducendo a un solo sospiro?
Concludo una vita vissuta di corsa, in affanno, rimandando continuamente le cose veramente importanti, la vita vera, per farne altre, lontane come miraggi e, alla fine, inutili. Anche su questo, soprattutto su questo, ho riflettuto a lungo, concludendo che solo così avremo finalmente pace. Ho la certezza che la tua grande forza d’animo, i nostri figli, il nostro nipotino, ti aiuteranno a vivere con serenità e a ricordarmi, perdonato da voi per questo brusco addio.
Non riesco a dirti altro: il pensiero di non vederti più, il rimorso di avere distrutto i nostri anni più sereni, come dovevano essere i nostri futuri, mi chiude la gola.
Penso ai nostri ragazzi, la nostra parte più bella, e penso con serenità al loro futuro.
Mi sembra che abbiano una strada tracciata davanti a sé. Sarà una strada difficile, in salita, come sono tutte le cose di questo mondo: dure e piene di ostacoli. Sono certo che ciascuno l’affronterà con impegno e con grande serenità come ha già fatto Stefano e come sta facendo Silvano.
Si dovranno aiutare l’un l’altro come spero che già stiano facendo, secondo quanto abbiamo discusso più volte in questi ultimi mesi, scrivendoci lettere affettuose.
Stefano resta con un peso più grave sul cuore per essere improvvisamente rimasto privato della nostra carissima Mariarosa.
Al dolcissimo Francesco, piccolino senza mamma, daremo tutto il calore del nostro affetto e voi gli darete anche il mio, quella parte serena che vi lascio per lui.
Le mie sorelle, una più brava dell’altra, in una sequenza senza fine, con le loro bravissime figliole, con Giulio e Claudio, sono le altre persone care che lascio con tanta tristezza. Carissime Giuliana e Lella, a questo punto cruciale della mia vita non ho saputo fare altro, non ho trovato altra soluzione.
Ricordo Sergio e la sua famiglia con tanto affetto, ricordo i miei cugini di Guastalla, i Cavazzani e i loro figli. Da tutti ho avuto qualcosa di valore, qualcosa di importante, come l’affetto, la simpatia, l’amicizia.
A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione.
Non ho alternative. Desidero essere cremato e che Bruna, la mia compagna di ogni momento triste o felice, conservi le ceneri fino alla morte. Dopo di che siano sparse in qualunque mare. Addio mia dolcissima sposa e compagna, Bruna, addio per sempre.
Addio Stefano, Silvano, Francesco; addio Ghiti, Lella, Giuliana, addio.
Addio a tutti. Miei carissimi, vi abbraccio tutti insieme per l’ultima volta.
Il vostro sposo, papà, nonno, fratello
Gabriele




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2 settembre 2007

I debiti degli Italiani

Costi, soldi, tfr, scaloni e scalini, sgravi fiscali, contributi. I gioiosi costi della Casta. Il tesoretto, ah il tesoretto. Soldi, costi, costi, soldi. Siamo diventati una nazione di contabili, di miserabili, di ricchi, di classe medio bassa che si vuole emancipare. Di prestiti temporanei, mutui, diminuzione dell’Ici e aumento delle tasse sui rifiuti. Più siamo poveri più pensiamo ai soldi. Più siamo ricchi più pensiamo ai soldi. La Finanziaria, il credito al consumo, il Tan, il Taeg, l’inflazione, il tasso di credito, il tasso variabile, il tasso fisso. I rendimenti bancari, i titoli azionari, i titoli obbligazionari, i future, i derivati. Il debito pubblico che ci sovrasta e annulla ogni discorso politico. Tutto dipende dal debito pubblico. Finanziamenti, pronti contro termine, rifinanziamenti, cessione del quarto, del quinto, del terzo, di tutto. La pubblicità comunica denaro, chiede denaro, offre denaro in cambio di debiti, di altro denaro. Meno tasse, più tasse. Il posto offre il denaro. Il lavoro rischio e impegno. Gli italiani vogliono il posto, il denaro. Il futuro del Paese è scomparso dai dibattiti pubblici, da quelli privati, dalle discussioni al bar. Negli Stati Uniti la prima domanda è: “Quanto guadagni?”. In Italia: “Di quanto sei indebitato?”. Più hai debiti più sei importante. Più ne crei più sei rispettato. Puoi diventare presidente del Consiglio o di Mediobanca. Il debito è il motore della promozione sociale. Chi non ne ha può averne. Evolvere. E’ una scala mobile all’incontrario. Una mercificazione dello Stato, dei partiti, della società, delle famiglie. Un virus che succhia il futuro. Quali sono le priorità del Paese? Lo scalone, l’aumento degli stipendi del pubblico impiego, il partito democratico? O le regioni in mano alle mafie, l’informazione inghiottita dalla casa circondariale delle libertà e dai segretari di partito, l’incapacità di innovare, la ricerca tradita, la fuga dei cervelli? Essere o avere? L’Italia non è e non ha. E’ un ibrido, un incrocio, una chimera. Un Paese in coma che conta gli spiccioli con gli occhiali di un cieco.




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Daniele Segre

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