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prefazione di Mario Capanna

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4 novembre 2007

I forchettoni rossi

Da il Giornale di Angelo Mellone

Un libro denuncia: «Il bertinottismo è una sottocasta al servizio di un governo imperialista»

Diliberto: forchettone! Pecoraro Scanio: forchettone! Giordano: forchettone! Eccoli qui, i membri della nuova «tribù dei Forchettoni» disposta a buttare a mare decenni di ideologia e migliaia di tomi e di movimentisti sinceri pur di tenersi la poltrona, preferibilmente se di governo. La critica arriva dalla sinistra della sinistra e qui la storia cambia di brutto. Detto a un politico, «forchettone» è già una brutta parola. Detto a un politico di sinistra, e di quella sinistra che si bea d’essere «radicale», è una perfida nemesi.

Ma andiamo per ordine. «Forchettone» è un epiteto antico, inventato mezzo secolo fa contro i democristiani e via via usato contro le classi di governo ogni volta che si volevano aggredire, scrive Sebastiano Messina, «tutti i difetti untuosi di chi fa politica per arricchirsi, ingrassarsi, rimpinzarsi di potere»: prima la Dc, poi i socialisti, poi tutto il pentapartito.

Fu l’intuizione mefistofelica partorita da Giancarlo Pajetta al mitico terzo piano di Botteghe Oscure, quello della Propaganda, a rendere popolare il termine. La forchetta vicino allo scudo crociato compare a un mese dalle elezioni del 1953, quelle della legge-truffa: si volevano prendere tutto il potere, i democristiani del magna magna, con il minimo sforzo. La Dc alla fine non ottenne il premio di maggioranza ma l’epiteto resistette. Tant’è che anche in Parlamento, quando voleva zittire i diccì, Pajetta urlava: «Giù le forchette. Riposo!». La storia dei «forchettoni» è una creazione comunista, insomma.

All’epoca del primo centrosinistra, Paolo Sylos Labini, in un commento a un documento socialista, chiosava: «Molto più che dalle teorie di Carlo Marx i partiti di sinistra, che finora sono stati all’opposizione, hanno tratto la loro forza dal proporsi come antitesi dei “forchettoni”. Guai a noi e guai a loro, se continuassero a tuonare con le parole, ma cominciassero a tirar via coi fatti». Fu preveggente, perché dagli anni Settanta fu il Psi a essere preso di mira più violentemente dai moralizzatori dell’anti-forchettonismo. Da destra, per esempio, quando la band degli Amici del Vento cantava nel ’76: «Partito, partito, partito socialista/ la meglio garanzia del mondo antifascista/ Forchette, forchette, forchette nazionali/ per arraffar miliardi senza pene fiscali». Ed erano applausoni. Dodici anni dopo era stato Gianfranco Fini, neosegretario del Msi, a tuonare in un’intervista: «Il Psi è un’accolita di forchettoni». Tanto per ridere, invece, gli attivisti gastronomici di Slow Food ai loro esordi si definivano «neo-forchettoni».

L’accoppiata forchetta-potere ha resistito al passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. C’è Gianni Prandini, l’ex ministro dei Lavori pubblici, periodicamente allestiva al ristorante bresciano «Il forchettone» tavolate da mille posti, e c’è l’incipit di Gianfranco Rotondi: «Ah, i democristiani sono bravissimi con le forchette». L’idea di una politica adiposa, crapulona e famelica ha continuato a far presa. Così il forchettonismo ha attraversato Tangentopoli, quando l’Europeo dedicava ai socialisti un libro di barzellette e uno dei capitoli della compilation era proprio «Il ritorno dei forchettoni». È arrivato su La Padania, nel 2004, durante la polemica contro i «preti forchettoni» sulla costruzione di parcheggi sotto alcune chiese romane.

E la sinistra-sinistra? Fino a ora era rimasta fuori dal circolo della forchetta. Sì, ricorda Filippo Ceccarelli ne Lo stomaco della Repubblica (Longanesi, 2000), si rideva per «falce, martello e tortello», ovvero per il comunismo nella gaudente Bologna: ma erano riferimenti bonari a un modello di consenso che aveva alti tanto il colesterolo quanto le percentuali per il Pci. E ricordava singhiozzando il sindaco Dozza vincere contro l’esangue Dossetti grazie alla sua fama di sbranatore di «taglidèl».

E ora, ecco che ti piomba in libreria un pamphlet velenosissimo, I Forchettoni rossi. La sottocasta della «sinistra radicale» (Massari editore, pagg. 320, euro 13), opera di un gruppetto che fa capo alla Fondazione «Che Guevara» e, accanto ai libri, imbottiglia «vini da leggere» come il «Barricadero Blanco» dedicato al Che, il «Rosè Luxemburg» o lo «Sbattezzo di... vino» in memoria di Giordano Bruno. Gente tosta e alcol rosso vivo, dunque.

Nel libro si sostiene la tesi - violentissima - che la combriccola di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi si sia trasformata celermente in una sottocasta che «opera al servizio di un governo borghese-imperialistico \ aiutando questo governo a combattere le sue guerre e ad applicare il suo programma. Lo fa, però, continuando a reclamarsi “comunista” ed “ecopacifista”». Il punto di non ritorno dei «forchettoni rossi» è il voto favorevole alla missione in Afghanistan nel luglio 2006. È l’ultimo atto di una storia che parte con la guerra del Kossovo del 1999, quando Cossutta e i Verdi rimangono al governo doppiogiocando con i movimenti pacifisti, passa per il referendum sull’articolo 18, voluto da Bertinotti tanto per gettare un po’ di fumo negli occhi dei lavoratori anche se «sapeva benissimo che non avrebbe mai potuto vincere», e arriva all’insediamento del governo Prodi. Senza dimenticare la «messinscena mediatica» della conversione bertinottiana alla non-violenza, allestita in fretta e furia per accreditarsi come alleato affidabile di governo e, soprattutto, per paura che i pacifisti passassero dall’opposizione alla guerra irachena all’appoggio esplicito alla «resistenza».

Oggi la «sinistra radicale», a leggere I Forchettoni rossi, è nient’altro che un «blocco burocratico» di politici di professione il cui unico interesse è «sopravvivere e perpetuarsi», tenuti al guinzaglio dal Gran Capitale Imperialista che li impiega come truppe-cuscinetto nei conflitti più esplosivi, dalla guerra in Irak alle vertenze sociali ai no-Tav, ma gli garantisce «ruolo, reddito, e immagine». È il rielezionismo, fase suprema del forchettonismo.

E se è Rifondazione comunista «la principale forza motrice nel processo di formazione della nuova sottocasta», Fausto Bertinotti, appellato «Grande capo rosso Lingua biforcuta», il movimentista in fresco lana, viene accusato impietosamente di aver favorito un «processo di santificazione» della sua persona e aver cooptato tutta la classe dirigente mediante l’eliminazione chirurgica del dissenso. Gergalità a parte, è gustosissima la ricostruzione minuziosa che il curatore Roberto Massari fa delle giravolte ideologiche del bertinottismo, comitato dopo comitato, congresso dopo congresso, che è tutto un fiorire di «incomprensibilità sintattica», «inganni linguistici», «confusione ideologica», «discorsi demagogici», «turismo politico». Si lascia Prodi e si va all’opposizione? Si è aperto «un nuovo ciclo politico».

E Marco Rizzo? E Rina Gagliardi? E Paolo Cento? Eccetera? Tutti Forchettoni e portavoce della «grande menzogna», che «pur di far parte del governo devono mentire», che dichiarano di essere comunisti o «pacifinti» ma in realtà «votano e aiutano ad applicare un programma che prevede l’ulteriore sviluppo del capitalismo, il rafforzamento dell’imperialismo italiano» e dulcis in fundo, «la fedeltà incondizionata agli Usa e alle sue guerre».

E di questa postura ideologica sghemba, riteniamo, il capolavoro politico rimane la manifestazione dello scorso 20 ottobre, «contro» la legge Biagi ma «a favore» del governo Prodi che però non tocca la legge Biagi. Capolavori che un pezzo di sinistra, che rimugina e argomenta, non capisce più. E forse si chiede se la rivoluzione, che certo non è un pranzo di gala come voleva il Grande Timoniere, doveva proprio finire in una cena di lavoro da Fortunato al Pantheon.




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3 novembre 2007

Massimo Consoli è morto

Ricordiamo le sua parole al termine della presentazione della biografia di Ulrichs: "Mi auguro che il suo esempio possa servire alle nuove generazioni: che lo rivendichino con amore e fierezza, e anche da lui apprendano ad essere orgogliose di chi amano e di come amano". Hasta la victoria siempre.




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2 novembre 2007

Giuseppe Ferrara, ucciso dalla mafia

Giuseppe Fava era un giornalista italiano. Fu fondatore del giornale "I Siciliani". È stato ucciso nel gennaio 1984 dalla mafia. Pubblico una sua intervista, presente in Rete, su richiesta di molti blogger. Le sue parole sembrano profetiche.

Biagi: Giuseppe Fava, giornalista, scrittore catanese, autore di romanzi e di opere per il teatro. Fava, per i suoi racconti a cosa si è ispirato?
Fava: alle mie esperienze giornalistiche. Io ti chiedo scusa ma sono esterrefatto di fronte alle dichiarazioni del regista svizzero. Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. Questo signore ha avuto a che fare con quelli che dalle nostre parti sono chiamati "scassapagliare". Delinquenti da tre soldi come se ne trovano su tutta la terra. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Bisogna chiarire questo equivoco di fondo: non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale… quella è piccola criminalità che credo esista in tutte le città italiane e europee. Il problema della mafia è molto più tragico e importante, è un problema di vertici della nazione che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l'Italia.
Biagi: Tu hai fatto conoscenza diretta del mondo della mafia, come giornalista?
Fava: Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell'una e dell'altra parte. Attraverso le cronache, le indagini che andavamo conducendo e che abbiamo puntualmente riferito sui nostri giornali.
Biagi: Chi ricordi di più di questi tipi? Dei vecchi mafiosi, ad esempio? Sono cambiati?
Fava: Un uomo sì. C'è un abisso tra la mafia di vent'anni fa e quella di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a casa di Genco Russo e, mi si perdoni il termine, sono stato l'unico ad avere l'onore di intervistarlo. Ad avere un memoriale firmato che iniziava con le parole "Io sono Genco Russo, il re della mafia". Genco Russo governava il territorio di Mussomeli dove, da vent'anni, non c'era stato non dico un omicidio ma nemmeno uno schiaffo. Non c'era un furto, tutto procedeva in ordine, nella legalità più assoluta. Era la vecchia mafia agricola, la quale governava un territorio di una forza straordinaria che il mondo di allora non poteva ignorare. Controllava tra i 15 e i 40mila voti di preferenza.Nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinate. Era sufficiente che Russo spostasse quei voti non da un partito all'altro, ma anche all'interno dello stesso partito per determinare la fortuna o meno di un uomo politico.Ecco perché poteva andare alla Regione Sicilia e spalancare con un calcio la porta degli assessori: lui era il padrone.Poi la società si modificò e i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo.I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Anche al massimo livello. Si fanno i nomi dei fratelli Greco. Si dice che siano i mafiosi vincenti a Palermo, i governatori della mafia. Non è vero: sono anche loro degli esecutori. Sono nella organizzazione, stanno al posto loro. Un'organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l'anno. Più, se non erro, del bilancio di un anno dello Stato italiano. E' in condizione di armare degli eserciti, di possedere flotte, di avere una propria aviazione. Infatti sta accadendo che la mafia si sia impadronita, almeno nel Medio Oriente, del commercio delle armi.
Gli americani contano in questo, ma neanche loro avrebbero cittadinanza in Italia, come mafiosi, se non ci fosse il potere politico e finanziario che consente loro di esistere. Diciamo che questi centomila miliardi, un terzo resta in Italia e bisogna riciclarlo, ripulirlo, reinvestirlo. E quindi ecco le banche, questo prolificare di banche nuove. Il Generale Dalla Chiesa l'aveva capito, questa era stata la sua grande intuizione, che lo portò alla morte. Bisogna frugare dentro le banche: lì ci sono decine di miliardi insanguinati che escono puliti dalle banche per arrivare alle opere pubbliche. Si dice che molte chiese siano state costruite con i soldi insanguinati della mafia.
Biagi: una volta si diceva che la forza dei mafiosi è la capacità di tacere. Adesso?
Fava: Io sono d'accordo con Nando Dalla Chiesa: la mafia ha acquisito una tale impunità da essere diventata perfino tracotante. Le parentele si fanno ufficialmente. Certo, si alzano le mani quando qualcuno sta per essere ammazzato, si cerca di tirare fuori l'alibi personale e morale. Io ho visto molti funerali di Stato. Ora dico una cosa di cui solo io sono convinto, quindi può non essere vera: ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.
Biagi: cosa vuol dire essere "protetti", secondo il linguaggio dei mafiosi?
Fava: Poter vivere dentro questa società. Ho letta un'intervista esemplare, a quel signore di Torino che ha corrotto tutto l'ambiente politico torinese. Diceva una cosa fondamentale, una legge mafiosa che è diventata parte della cultura nazionale: non si fa niente senza l'assenso del politico e se il politico non è pagato. Noi viviamo in questo tipo di società, dove la protezione è indispensabile se non si vuol condurre la vita da lupo solitario. Questa vita può essere anche affascinante, orgogliosamente soli fino all'ultimo, ma 60 milioni di italiani non potranno farlo.
Biagi: Vorrei fare a tutti una domanda: secondo voi cosa si deve fare per eliminare questo fenomeno?
Fava: A mio parere tutto parte dall'assenza dello Stato e al fallimento della società politica italiana. Forse è necessario creare una seconda Repubblica, in Italia, che abbia delle leggi e una struttura democratica che elimini il pericolo che il politico possa diventare succube di se stesso, della sua avidità, della ferocia degli altri, della paura o che possa anche solo diventare un professionista della politica. Tutto parte da lì, dal fallimento degli uomini politici e della politica. Della nostra democrazia, così come con la nostra buona fede l'abbiamo appassionatamente costruita e che ci si sta sgretolando nelle mani.
Dalla Chiesa: Io ci ho pensato a lungo, credo che la regola principale sia far capire che il delitto non da potere, ma che anzi lo toglie.
(
www.beppegrillo.it)




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1 novembre 2007

Al Sindaco Letizia Moratti

Anna Politkovskaja era una coraggiosa giornalista russa che è stata uccisa nell’ascensore della sua casa di Mosca il 7 ottobre del 2006. Anna era conosciuta in Russia come nel resto del mondo per il suo modo di affrontare le vicende che seguiva, con rigore professionale ma anche con grande passione.
Era stata inviata (dal suo giornale indipendente, la Novaja Gazeta) decine di volte in quella terra sfortunata che è il Caucaso e soprattutto in Cecenia dove aveva denunciato (per averli visti o grazie ai suoi ottimi rapporti con fonti primarie) i crimini commessi dall’esercito russo. Non ha mai giustificato il terrorismo ceceno e ha sempre invitato le due parti a dialogare, unico strumento possibile per arrivare a una soluzione pacifica del conflitto.La Politkovskaja questa sua fiducia nel dialogo l’aveva anche esercitata in prima persona facendo da mediatrice durante il sequestro degli spettatori del teatro Dubrovka di Mosca, conclusosi poi - suo malgrado - con la morte di 200 tra terroristi e civili per l’uso da parte delle forze speciali russe di un misterioso gas.
Anna aveva cercato anche di mediare durante il drammatico sequestro nella scuola di Beslan, ma si era sentita male in volo mentre si recava in Ossezia, forse avvelenata.
Anna aveva organizzato un convoglio per far fuggire da Grozny bombardata 89 anziani che erano stati abbandonati in un ospizio.
Anna aveva martellato con articoli e inchieste fino a ottenere la condanna da parte di un tribunale russo di Yuri Budanov colpevole di aver rapito, violentato e ucciso una ragazza cecena di appena 18 anni. Il colonnello è stato successivamente amnistiato.
Anna a Mosca non era molto amata. Era considerata troppo tenera coi ceceni. Non era dei “nostri”, ossia degli amici del presidente Putin.
All’estero invece era molto apprezzata tanto da aver vinto il Global Award for Human Rights Journalism di Amnesty International (2001), il Freedom to Write Award del PEN (2002), il Courage in Journalism Award (2002), il Premio Olof Palme (2004), il Premio per la Libertà e il futuro dei media del Media City Leipzig (2005) e l’ International Journalism Award (2006).
Come ha scritto Andrè Glucksmann:
Sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile.”
A questa donna, a questa giornalista, i sottoscritti chiedono venga dedicato un albero nei giardino dei Giusti di Milano. Perché di fronte al male si può sempre dire un sì o un no.
Per aderire: unalberoperanna@gmail.com




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