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Diario
 


 

20 anni in attesa di giustizia
dal sindacato al carcere
imputazione spionaggio


prefazione di Mario Capanna

nelle migliori librerie
o sul sito
www.memori.it






19 novembre 2007

Montanaro sulla Romania

Ho lavorato e vissuto 4 anni in Romania , paese splendido ricco di grandi ed antiche tradizioni e dotato di enorme ricchezza artistica e letteraria. Gli episodi appena accaduti nel nostro paese hanno purtroppo confermato i discutibili luoghi comuni su questo popolo (selvaggi,incolti…insomma zingari!!!!!! ) che ha sofferto e pagato a caro prezzo decenni di dittatura dalla quale è venuto fuori confuso, disorientato ma desideroso di riscatto e di progresso. Ho ammirato laggiu’ la estrema autonomia dei giovani,la loro grande motivazione verso le lingue straniere e contestato la loro volontà di fuga spaventati forse dagli enormi sacrifici che il processo di sviluppo richiede (salari bassi, precarietà, rischi,futuro incerto) nella convinzione che debbano essere loro i necessari protagonisti del progresso. La Romania attuale assomiglia all'Italia del miracolo economico, un paese ove si sono riversati centinaia di imprenditori nostrani che hanno investito o rilanciato attività spesso in crisi nella madrepatria e sono stati accolti con entusiasmo in un territorio bisognoso di investimenti e pronto a lanciarsi ad occhi chiusi e con molti rischi verso qualunque forma di cambiamento. Cio' che resta da considerare è la grande attrazione che il nostro paese, soprattutto per la somiglianza linguistica , ha esercitato subito all'indomani della rivoluzione specie verso coloro che dell’Italia hanno notato il grande fascino spesso assecondato da immagini felici e rassicuranti . Sappiamo tutti che non è cosi'! Parte di chi è arrivato da noi proveniva già da condizioni di estremo disagio che ,come dappertutto, si accompagna in tanti casi a situazioni di emergenza e di ignoranza . Cio' che è successo in Italia puo' solo aver a che fare con episodi di pura e deprecabile violenza ; non si puo’ quindi tener conto della nazionalità del colpevole ma piuttosto delle condizioni che hanno generato tali atti.E cosa dire poi degli episodi di raccapricciante intolleranza di nostri farneticanti vendicatori modello Ku Klux Kan? Ma siamo sicuri che il nostro paese avesse le strutture funzionanti e le condizioni adatte o le forme concrete di sostegno per accogliere masse enormi di immigrati entrati talvolta in modo clandestino e che hanno trovato sistemazioni a dir poco precarie presso baraccopoli o zone delle nostre regioni già contrassegnate da disagio o,peggio,sono finite vittime di un caporalato di non lontana memoria? Quello che voglio dire è che accettazione ed integrazione sono processi che richiedono tempi lunghissimi, e noi italiani, popolo di emigranti e vittime di discriminazioni e sfruttamento, lo sappiamo bene. Questi processi esigono da tutti una cultura del "diverso" che in molti casi viene evitata rifugiandosi in un piu' che facile "rifiuto".

Gennaro Montanaro (genrom2002@yahoo.co.uk)




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18 novembre 2007

Emerico Laccetti è testardo

Emerico Laccetti oltre ad essere mio caro amico è anche un  uomo testardo. Laccetti dopo aver contratto un cancro in una missione in kosovo per causa dell'uranio impoverito ha intrapreso una lunga battaglia di verità. Laccetti è un graduato della Cri.
Ma Laccetti va oltre. Scrive anche un Diario e lo pubblicherà. Il suo Diario non è solo il racconto di una sofferenza. E’ anche la storia di una battaglia che continua. Quella che conduce ormai da anni per sé, per la propria dignità e per quella dei suoi compagni. Che sono tragicamente tanti, alcuni dei quali ormai non più in condizione di difendersi da soli. La malattia, il cancro da uranio impoverito, li ha uccisi. E, forse, quella contro la burocrazia, il menefreghismo, la voglia di rimuovere il problema è una battaglia altrettanto difficile di quella condotta nelle sale operatorie e negli ospedali. Però Laccetti è un uomo testardo e vincerà.




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17 novembre 2007

Il triangolo nero

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

La storia recente di questo paese e’ un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre piu’ ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna e’ stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida e’ sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena e’ la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena e’ stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignita’? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che e’ italiana, e che l’assassino non e’ un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanita’. Delle loro condizioni, nulla e’ piu’ dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla piu’ forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalita’ (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli piu’ bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima e’ una donna; piu’ di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro e’ sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide piu’ della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non e’ un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilita’ sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parita’ femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia e’ 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania e’ al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che e’ piu’ facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che e’ piu’ facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che e’ piu’ facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno e’ vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, meta’ delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che e’ sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarita’. Non si chiedono cosa avverra’ domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che e’ dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre gia’ echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di liberta’, dignita’ e civilta’; che rende indistinguibili responsabilita’ individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non e’ una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo e’ illegale.




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16 novembre 2007

lettera di Paolo Borsellino a Beppe Grillo

 Caro Beppe,
ricevo da Benny Calasanzio
una lettera piena di dignità e di disgusto per l'ultima, inaccettabile esternazione del signor Clemente Mastella, mi ripugna adoperare per questo personaggio il titolo di Ministro della Repubblica, che ha annunciato di avere intenzione di querelare Beppe Grillo per le sue dichiarazioni al Parlamento Europeo e di volere devolvere gli eventuali proventi di questa querela ai familiari delle vittime della mafia.
La minaccia di querela e' uno spauracchio che viene ormai correntemente usato come surrogato degli “avvertimenti mafiosi” da politici che hanno dimestichezza con questo tipo di procedure, per cercare di tacitare le accuse che loro rivolte da giornalisti, scrittori, presentatori e anche persone comuni che scrivono in rete e sui blog.
Lo stesso signor Mastella, non molto tempo fa non trovò di meglio per replicare alle accuse che gli avevo rivolte con lettere aperte pubblicate in rete e nel corso della trasmissione di Anno Zero che ricordarmi di "avere fatto concedere la pensione alla famiglia Borsellino".
In quella occasione replicai in primo luogo al signor Mastella che non si tratta della “concessione” di un Ministro, ma di un “riconoscimento” da parte dello Stato, ma probabilmente lo stesso signor Mastella e' troppo abituato alle consuetudini clientelari per afferrare la differenza.
In secondo luogo che, per quanto mi riguarda, oltre a non essere ovviamente beneficiario di alcuna pensione, ho persino rinunciato a richiedere la “provisionale” che avrei potuto richiedere come parte civile nel processo per l'assassinio di mio fratello perché quello che mi aspetto dallo Stato è solo Giustizia e non provvedimenti economici.
Ma probabilmente il signor Mastella non e' competente neanche in fatto di Giustizia e quindi non ha ritenuto di darmi una risposta.
Per finire poi ricordo allo stesso signor Mastella che nelle sue affermazioni fatte al Parlamento Europeo Beppe Grillo non fa altro che riportare quanto da me già affermato in una lettera aperta del 20 settembre:
"
Ieri era stato necessario uccidere uno dopo l'altro due giudici che da soli combattevano una lotta che lo Stato Italiano non solo si è sempre rifiutato di combattere ma che ha spesso combattuto dalla parte di quello che avrebbe dovuto essere il nemico da estirpare e spesso ne ha armato direttamente la mano.
Oggi non serve più neanche il tritolo, oggi basta,alla luce del sole, avocare un'indagine nella quale uno dei pochi giudici coraggiosi rimasti stava ad arrivare al livello degli “intoccabili”, perché tutto continui a procedere come stabilito.
Perché questa casta ormai avulsa dal paese reale e dalla gente onesta che ancora esiste, anche se colpevole di un silenzio che ormai si confonde con l'indifferenza se non con la connivenza, possa continuare a governare indegnamente il nostro paese e a coltivare i propri esclusivi interessi in uno Stato che ormai considera di propria esclusiva proprietà.
Oggi basta che un ministro indegno come il signor Mastella ricatti un imbelle capo del Governo, forse anche egli coinvolto nelle stesse vicende, minacciando una crisi di governo, perchè tutta una classe politica faccia quadrato intorno al suo degno rappresentante e il messaggio arrivi forte e chiaro ai vertici molli della magistratura"
.
Ecco quanto ho scritto e riaffermo.
Se il signor Mastella ritiene di dover querelare per le sue frasi Beppe Grillo, lo prego di fare la stessa cosa anche nei miei confronti, mi potrà così poi devolvere, come familiare di una vittima della mafia, una parte dei proventi che gli deriveranno dalla messa in pratica del suo “avvertimento”.
Alla lettera di Benny Calasanzio non ritengo di poter aggiungere altro se non che mi associo alla sua richiesta fatta per conto della propria famiglia.
E' così piena di dignità offesa e di disgusto per le squallide dichiarazioni dei politici cui fa riferimento che ogni altra parola sarebbe superflua.” Salvatore Borsellino




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15 novembre 2007

Un mare di gente saluta il giovane laziale

Merita attenzione il fatto che una cerimonia funebre sia tanto partecipata e tanto sentita. Oltre 10.000 persone per salutare il giovane laziale che è morto a seguito della rivoltellata di un agente.
Tutta questa partecipazione, la sciarpata e tanti altri gesti meritano una riflessione sui modi in cui la socità partecipa, si esprime e si organizza. Sarà motivo di riflessione per tutti al di là del fatto terribile e dell'incertezza con cui lo Stato sta cercando di dare un senso all'accaduto




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14 novembre 2007

Testimonianza in Birmania. Uccisione di un monaco

MYANMAR: AMNESTY INTERNATIONAL DIFFONDE LA TESTIMONIANZA OCULARE DELL’ATTACCO AL MONASTERO DI MYITKIYNA. UN MONACO PESTATO E UCCISO.

Amnesty International ha diffuso oggi la sconvolgente testimonianza di un monaco che ha assistito all’attacco al monastero di Myitkyina, una citta’ nel nord di Myanmar, avvenuto il 26 settembre. Il giorno prima i monaci di Myitkyina avevano preso parte a una manifestazione pacifica. Nel corso dell’attacco, U Thilavantha, un monaco di 35 anni molto rispettato e conosciuto nella zona, e’ stato picchiato e arrestato. Il giorno dopo, e’ morto in carcere. Il monastero di Myitkyina, prima del raid, ospitava 142 monaci. Oggi ne rimangono solo 11. Gli altri sono agli arresti oppure sono entrati in clandestinita’. Segue la testimonianza diretta dell’attacco:
“Intorno alle cinque del pomeriggio del 25 settembre, le autorita’ hanno tagliato le linee telefoniche. Poco dopo le nove di sera hanno sfondato l’ingresso principale del monastero coi carri armati, come se avessero circondato e stessero assalendo un obiettivo nemico. Alcuni soldati si sono appostati fuori dall’edificio, altri hanno fatto irruzione all’interno.
Non c’erano solo i soldati. Ad aiutarli c’erano i poliziotti e i membri di Swan Arrshin e dell’Usda [formazioni paramilitari filo-governative]. Hanno iniziato a picchiare i monaci. Appena ne incrociavano uno lo pestavano. Ci hanno ordinato di metterci contro il muro, picchiando chi non obbediva.
Diciotto di noi sono riusciti a fuggire attraverso il tetto del monastero e a nascondersi nei dintorni. Solo la mattina dopo abbiamo avuto il coraggio di rientrare. I militari avevano abbandonato l’edificio dopo l’irruzione ma sentivamo ancora dei rumori venire dall’interno. Quando siamo entrati, abbiamo visto la devastazione: porte rotte, sangue sui pavimenti. I monaci che non erano stati portati via si erano riuniti al secondo piano. Io ho continuato a girare… c’era devastazione ovunque. Poi ho saputo che uno dei monaci arrestati era morto per i pestaggi subiti durante l’interrogatorio. Lo abbiamo saputo il 27 o il 28 settembre, non ricordo il giorno esatto…’ .

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 13 novembre 2007




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13 novembre 2007

Trilussa, ricchi e poveri

"Naturalmnte quello che ha sparato (a Guidonia) militare in pensione, è un malato. Il rumeno è una bestia. Mi ricorda il sonetto di Trilussa, CLEPTOMANIA. "Quanno che senti dì cleptomania / è segno ch'è un signore c'ha rubbato / er ladro ricco è sempre n'ammalato / er furto che commette è 'na pazzia. Ma se domani è 'n povero affamato / che ruba 'na pagnotta e scappa via / pe' lui nun c'è nessuna malattia  che j'mpedisca d'esse condannato. // Così va er monno. L'artra settimana / che Yeta se n'agnede còr sartore / tutta la gente disse: -è 'na puttana / Ma la duchessa che scappò in America / còr cammeriere dell' ambasciatore / - Povera donna - dissero: -E' n'sterica".




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12 novembre 2007

Eritrea, sempre peggio

Quattordici missionari cattolici sono stati espulsi dall’Eritrea. Tecnicamente, il governo di Isaias Afworki non ha rinnovato loro i permessi. Tra di essi, 6 comboniani (4 sacerdoti e due suore). Dovranno lasciare il paese il prossimo 16 novembre (un missionario e una suora sono già in Europa e non potranno più rientrare ad Asmara). Ignote, al momento, le ragioni ufficiali di questa scelta.
Per l’ex sottosegretario agli esteri, Alfredo Mantica, (la cui interrogazione parlamentare urgente verrà discussa  lunedì) «l’espulsione rappresenta un atto di protervia sul quale l’Italia e la Comunità internazionale hanno l’obbligo di interrogarsi. L’Italia deve fare pressioni politiche e richiamare l’attenzione internazionale per conoscere quali contestazioni sono state richiamate nell’ordine di espulsione e quali giustificazioni sono state invocate per motivare l’espulsione».




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11 novembre 2007

Un altro morto senza un perché. Amato chiarisca l’omicidio

In Italia crescono i morti senza un perché: Casu, Aldrovandi, un detenuto a Perugia ed ora il tifoso laziale. Vittime per mano dello stato. Non vogliamo parlare di Genova, di Abu Omar, dell’uso spregiudicato delle intercettazioni Telecom (a proposito ma che fine ha fatto quell’inchiesta) ma il caso del tifoso laziale mette in mora il ministro Amato, dimostra che il questore ha detto cose inverosimili e lo Stato deve dare spiegazioni. Poi parleremo del resto, della guerriglia e quant’altro.

Ora la verità è che la polizia ha sparato ad altezza d’uomo. Si può spiegare la ragione ma non si può omettere una realtà inoppugnabile. Il poliziotto ha sparato mentre era dall’altra parte della strada con il rischio di colpire macchine che venivano verso Roma con l’intento di fermare la macchina. Avrà sparato alle gomme ma ha fatto un morto. Punto e basta. Tragico errore. Va bene. Ma Questore e Ministro debbono dire la verità che è sotto gli occhi di tutti. In verità questo dimostra che è necessaria una formazione degli uomini della Polizia: oltre all’addestramento serve una formazione democratica ovvero di quali sono i compito della PS e dell’importanza della democrazia. Non si può accettare carenze democratiche e qualche metodo da pistolero in casi come questi. Dopo si può parlare della violenza. Intanto si dimettano quelli che non hanno fermato il Campionato fin dal mattino e si faccia garantire l’ordine negli stadi alle società calcistiche. Meandri è impegnata nelle Liste Veltroni? Parli e dica? Amato chiarisca o si dimetta dopo la pessima figura sul Pacchetto Sicurezza.




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10 novembre 2007

Giudice sul progetto bonifica discarica in Kenya

Si è aperta un’inchiesta sul progetto di trasferimento e bonifica della discarica di Dandora, nella periferia di Nairobi, che vede coinvolta l’Italia in prima linea: il procuratore aggiunto di Roma, Maria Cordova , ha incaricato i carabinieri del Noe, il Nucleo Operativo Ecologico, di indagare.

Sul progetto di cooperazione ambientale con il Kenya, per la bonifica della discarica, pendono infatti fondati sospetti di pagamenti di tangenti. Un anno fa circa il ministero per l’ambiente italiano si è impegnato in prima linea per il trasferimento di Dandora, mettendo a disposizione per lo studio di fattibilità una cifra esorbitante: 721 mila euro. Una società italiana, l’Eurafrica, risulta incaricata per effettuare lo studio,  ma non è chiaro da chi abbia avuto l’incarico.
Il progetto è stato bloccato in extremis dal ministro per l’Ambiente Pecoraio Scanio, che ha  anche aperto un’inchiesta interna. Alla quale ora si aggiungeranno le indagini della magistratura.
I link:
L'articolo del Corriere della Sera - Massimo Alberizzi, 5 novembre
Affare che puzza - Gianni Ballarini, 12 ottobre
La discarica dei sospetti, 11 ottobre




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