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  luiginoscricciolo
 
Diario
 


 

20 anni in attesa di giustizia
dal sindacato al carcere
imputazione spionaggio


prefazione di Mario Capanna

nelle migliori librerie
o sul sito
www.memori.it






28 febbraio 2009

Eugenio Curiel

 Nato a Trieste l’11 dicembre 1912, ucciso a  Milano il 24 febbraio 1945,
fisico, capo del Fronte della Gioventù, Medaglia  d’Oro al Valor Militare
alla memoria.
Eugenio Curiel
.... Il mattino del 24 febbraio 1945, a due mesi  dalla Liberazione, mentre
si sta recando ad un appuntamento, Eugenio Curiel  viene sorpreso in
piazzale Baracca da una squadra di militi repubblichini  guidati da un
delatore; non tentano nemmeno di fermarlo: gli sparano una raffica  quasi a
bruciapelo. Il giovane - che nella motivazione della Medaglia d’oro  viene
definito "Capo ideale e glorioso esempio a tutta la gioventù italiana" -
si rialza, si rifugia a fatica in un portone, ma qui viene raggiunto e
finito  dai fascisti. Il giorno dopo, sulla macchia rimasta, una donna
spargerà dei  garofani....

Ieri sera 23 febbraio 2009, alle 17.00 In piazza  Conciliazione. Milano.
Vernice rossa  sulla lapide e trenta bossoli per terra...
gravissimo atto vandalico, esterrefatti  esprimiamo dolore, rabbia, e
vicini ai compagni della Sezione E.Curiel, non  possiamo che rinnovare il
nostro impegno, aumentare le nostre energie per la  lotta contro il
fascismo...!




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27 febbraio 2009

Politici andate a casa di Naomi Klein

 
Politici andate a casa




di Naomi Klein -  20/02/2009


da: L'Espresso

Lo slogan, già  usato per la crisi Argentina, riecheggia ora nelle
piazze di mezzo mondo. Perché  al crollo provocato dal libero mercato i
governi oppongono le stesse ricette  colpendo i più deboli. Ma saranno
spazzati via a breve. L'atto di accusa della  scrittrice canadese

La folla che in  Islanda ha sbattuto pentole e tegami, fino a
provocare la caduta del governo  contestato, mi ha fatto tornare alla mente
lo slogan in voga nei circoli  anticapitalistici nel 2002: 'Voi siete
l'Enron. Noi siamo l'Argentina'. Il  messaggio era molto semplice: voi,
politici e amministratori delegati riuniti in  qualche summit economico,
siete come quei dirigenti sconsiderati e truffaldini  della Enron (e
naturalmente non conoscevamo che la punta dell'iceberg). Noi,  ovvero la
plebaglia lì fuori, siamo come il popolo argentino che, nel bel mezzo  di
una crisi economica spaventosamente simile alla nostra, scese in piazza
sbattendo pentole e tegami.

Gridando 'Que  se vayan todos' (devono andare via tutti) costrinsero
alle dimissioni quattro  presidenti, uno dopo l'altro, in tre settimane. La
rivolta in Argentina nel  2001-2002 è stata unica perché non mirava a un
particolare partito politico o  alla corruzione in generale. L'obiettivo
era il modello economico dominante. È  stata infatti la prima rivolta
nazionale contro il moderno capitalismo  deregolamentato. È servito un po'
di tempo, ma dall'Islanda alla Lettonia, dalla  Corea del Sud alla Grecia,
alla fine anche per il resto del mondo è arrivato il  momento del 'Que se
vayan todos'.

Le  stoiche matriarche islandesi che battevano le loro pentole, con i
figli che  saccheggiavano il frigo in cerca di proiettili (va bene le uova,
ma lo yogurt?)  richiamano alla mente le tattiche divenute famose a Buenos
Aires. Ma anche la  rabbia collettiva verso chi deteneva il potere,
portando alla rovina un Paese un  tempo florido pensando di poterla fare
franca.

Gudrun Jonsdottir, una trentaseienne  impiegata islandese, ha
sintetizzato così: "Ne ho abbastanza di tutto quanto.  Non ho fiducia nel
governo, non ho fiducia nelle banche, non ho fiducia nei  partiti politici
e neanche nel Fondo monetario internazionale. Avevamo un Paese  forte e
loro lo hanno rovinato". Ecco un altro richiamo alla situazione  argentina:
a Reykjavik i manifestanti ovviamente non si accontentano di un volto
nuovo posto al vertice (anche se il neo primo ministro è una donna
omosessuale).  Vogliono aiuti per la popolazione, non solo per le banche,
indagini sulle  responsabilità del collasso e una profonda riforma
elettorale.

Richieste simili le sentiamo in questi  giorni anche in Lettonia,
dove l'economia ha subito una contrazione più forte  che negli altri paesi
europei e dove il governo vacilla pericolosamente. Per  diverse settimane
le proteste hanno messo in subbuglio la capitale, e il 13  gennaio si sono
verificati anche tafferugli e lanci di pietre. Come in Islanda,  anche i
lettoni sono sconcertati di fronte al rifiuto dei governanti di  assumersi
le responsabilità del disastro. Alla domanda dell'emittente televisiva
Bloomberg su quali fossero le cause della crisi, il ministro dell'Economia
lettone ha risposto: "Nulla di particolare".

I problemi della Lettonia invece sono  davvero 'particolari'. Le
stesse politiche che nel 2006 avevano consentito alla  'Tigre del Baltico'
di crescere del 12 per cento, sono anche la causa della  violenta
contrazione di quest'anno, che secondo le previsioni dovrebbe arrivare  al
10 per cento. Quando il denaro è liberato da qualsiasi vincolo, defluisce
con  la stessa rapidità con cui affluisce, considerando anche che una buona
quantità  finisce nelle tasche dei politici. (Non è una coincidenza che
molti dei casi  disperati di oggi siano i 'miracoli' di ieri: Irlanda,
Estonia, Islanda e  Lettonia).

Ma c'è qualche altra cosa di  'argentino' nell'aria. Nel 2001 in
Argentina i leader risposero alla crisi con  un pacchetto all'insegna
dell'austerity, sollecitato dal Fondo monetario  internazionale: 9 miliardi
di dollari furono tagliati alla spesa pubblica, in  particolare alla sanità
e all'istruzione. Questo si è dimostrato un errore  fatale. I sindacati
organizzarono uno sciopero generale, gli insegnanti  portarono le loro
classi nelle piazze e le rivolte sembrarono non aver fine.

Il medesimo rifiuto popolare a sopportare  il peso maggiore della
crisi accomuna le proteste attuali. In Lettonia, gran  parte della rabbia
dei cittadini è provocata dalle misure di austerity prese dal  governo -
licenziamenti in massa, servizi assistenziali ridotti, stipendi dei
dipendenti pubblici diminuiti - e tutto per poter accedere al prestito
d'emergenza del Fmi (no, non è cambiato nulla). In Grecia i tafferugli di
dicembre sono seguiti all'uccisione da parte della polizia di un ragazzo
quindicenne.

Ma quello che li ha  alimentati, anche quando gli studenti hanno
ceduto il comando agli agricoltori,  è stata la diffusa rabbia per la
risposta del governo alla crisi: le banche  hanno ottenuto un finanziamento
di 36 miliardi di dollari, mentre i lavoratori  si sono visti tagliare le
pensioni e gli agricoltori non hanno ricevuto quasi  nulla. Malgrado i
grandi inconvenienti causati dai blocchi stradali posti dai  manifestanti,
il 78 per cento dei greci ha dichiarato che le loro richieste  erano
giustificate. In modo simile, in Francia il recente sciopero generale,
provocato in parte dai piani del presidente Sarkozy per ridurre
drasticamente il  numero degli insegnanti, ha ottenuto l'approvazione del
70 per cento della  popolazione.

È probabile che il  principale filo conduttore di questa violenta
reazione a livello mondiale sia il  rigetto per la logica della 'terapia
dello shock' - espressione coniata dal  politico polacco Leszek Bacerowicz,
per descrivere come nel corso di una crisi i  governanti possano
accantonare le leggi e andare dritti verso 'riforme'  economiche
impopolari. Questo espediente è diventato obsoleto, come ha  recentemente
scoperto il governo della Corea del Sud. A dicembre il partito al  potere
ha cercato di servirsi della crisi per far approvare a tutti i costi un
contrastato accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Interpretando in
maniera estrema la politica 'delle porte chiuse', i legislatori si sono
rinserrati nell'aula per votare in privato, barricando la porta con
tavolini,  sedie e divani.

I parlamentari  dell'opposizione non sono rimasti a guardare, e
servendosi di mazze e persino di  una sega elettrica, hanno fatto
irruzione, occupando il Parlamento per 12  giorni. Il voto è stato
rimandato per consentire un dibattito più prolungato.  Una vittoria sulla
'terapia dello shock'. Qui in Canada la politica è  decisamente meno da
filmato suYouTube, ma è stata comunque sorprendentemente  movimentata. In
ottobre il partito conservatore ha vinto le elezioni nazionali  con un
programma poco ambizioso.

Sei  settimane dopo, il nostro primo ministro 'tory' ha scoperto
l'ideologo che è in  lui, presentando una legge finanziaria che privava i
dipendenti statali del  diritto allo sciopero, eliminava i fondi pubblici
ai partiti e non conteneva  alcun incentivo allo sviluppo economico. I
partiti dell'opposizione in risposta  hanno formato una coalizione storica,
che non ha potuto prendere il potere solo  a causa dell'improvvisa
sospensione del Parlamento. I conservatori si sono da  poco ripresentati
con un piano modificato, in cui sono spariti i provvedimenti  preferiti
della destra e sono apparsi numerosi incentivi all'economia.

Il concetto è chiaro: i governi che  reagiscono alla crisi provocata
dall'ideologia del libero mercato insistendo  sullo stesso programma
contestato, avranno vita breve. Come gridavano gli  studenti italiani in
piazza durante i cortei dello scorso autunno: 'Non  pagheremo noi la vostra
crisi'.




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26 febbraio 2009

Geronimo

 

di Daniele Barbieri

Nello stesso giorno in cui scoppia la polemica per una vignetta razzista contro di lui, il presidente Obama se la deve vedere con l’ombra di Geronimo. Nel 100 anniversario della morte del grande guerriero apache, il suo pronipote, Harlyn Geronimo chiede di riavere i resti del bisnonno.

Coincidenze storiche. Nel 1886 l’ultimo grande capo dei nativi “pellerossa” si arrende mentre altri rossi inquietano il capitalismo statunitense lanciando il grande sciopero generale per la giornata lavorativa di 8 ore. Oggi è presidente qualcuno che simbolicamente rappresenta gli ex schiavi ma un discendente dei nativi massacrati e chiusi nelle riserve gli ricorda che i bianchi hanno rubato ai pellerossa persino le ossa.

All’epoca i giornalisti descrissero Geronimo come un diavolo, assetato di sangue. Il generale George Crook si indignò per quello che veniva scritto sugli indiani: “il governo pensa solo a punirli ma permette all’uomo bianco di derubarli”. Geronimo tenne in scacco a lungo le giacche blu: si arrese a Crook, l’unico di cui si fidava, che poi diede le dimissioni dall’esercito per protestare contro gli accordi violati. Da morto Geronimo diviene un mito: mascotte dai paracadutisti, da noi simbolo di gruppi ultrà e dei camionisti. Ma se volete sapere un po’ della sua vera storia recuperate in qualche cineteca il film che Walter Hill gli dedicò nel 1993. E che Obama ascolti il bisnipote e finalmente gli venga data una degna sepoltura.




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25 febbraio 2009

Vedete su LA7 l'introduzione del Direttore Piroso

http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=repliche
Un ringraziamento sincero al Direttore Piroso è poca cosa. Un giornalista trasparente, concreto fuori dalla palude mediatica.
Luigino Scricciolo




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24 febbraio 2009

Piroso su Scricciolo. Grazie Direttore

 http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=repliche
Un ringraziamento sincero al Direttore Piroso è poca cosa. Un giornalista trasparente, concreto fuori dalla palude mediatica.
Luigino Scricciolo




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23 febbraio 2009

Acqua, un affare che scotta

 

Il business del secolo in Sicilia

Acqua, un affare che scotta

Come gruppi economici e consorterie territoriali stanno appropriandosi delle risorse idriche di una regione che possiede tanta acqua mentre, per paradosso, ne patisce endemicamente la mancanza. La presenza discreta della multinazionale spagnola Aqualia. Le strategie della società catanese Acoset. L’anomalia del sudest.

In Sicilia i processi di privatizzazione dell’acqua che vanno dipanandosi negli ultimi anni si raccordano con una tradizione composita. Se si dà uno sguardo alla storia post-unitaria, si constata infatti che l’accaparramento delle fonti, delle favare per usare il termine di derivazione araba, ha scandito con regolarità l’evoluzione legale e illegale dei ceti che hanno esercitato dominio sull’isola. Il controllo delle acque ha consentito di lucrare rendite economiche e posizionali importanti, di capitalizzare, di chiamare a patti le autorità pubbliche, di condizionare quindi gli atti dei municipi, degli enti di bonifica, di altre istituzioni. E il canovaccio di tale affare, di rilievo appunto strategico, ancora oggi rimane tale, benché si faccia uso di strumenti e progettazioni non più a misura di un mondo agrario più o meno statico, ma di una realtà in profonda evoluzione, sullo sfondo delle economie globali. Si tratta di comprendere allora i modi in cui si coniugano oggi i due elementi, innovazione e tradizione, a partire comunque dal dato che anche in Sicilia si vive al riguardo un passaggio epocale, dopo il lungo tragitto delle aziende municipalizzate, che sempre e comunque hanno dovuto fare i conti con i signori delle fonti.

Nel quadro dei processi generali che hanno reso l’acqua una risorsa economica, una merce, che chiama in causa multinazionali potenti come Suez, Vivendi, Impresilo, RWE, la legge Galli del 5 gennaio1994 sugli ambiti territoriali ottimali, ATO, ha segnato una svolta rispetto al passato, puntando a eliminare la frammentazione che fino a quel momento aveva caratterizzato la gestione idrica nel territorio nazionale. Pur sottolineando sin dall’incipit il rilievo dell’acqua quale bene pubblico, ha posto nondimeno le basi per l’irruzione dell’interesse privato nella gestione dei servizi idrici degli ATO, con il ricalcolo di tale risorsa sotto il profilo economico. E tutto questo, se, come si diceva, non poteva non sommuovere, in senso lato, l’interesse della grande finanza, come testimonia negli ultimi anni il coinvolgimento di banche come l’Antonveneta, la Fideruram e altre ancora, ha finito con il sollecitare una pluralità di interessi, con l’esaltare anomalie esistenti e generarne di nuove, specie nel sud della penisola e in Sicilia, dove l’economia più di altrove è inficiata da mali strutturali, dove vigono appunto tradizioni tipiche, che rendono ineludibile l’ipoteca delle consorterie.

La posta in gioco in Italia è ovviamente altissima, potendo comprendere, fra l’altro, gli ingenti finanziamenti a fondo perduto che l’Unione Europea ha destinato a tali ambiti, perché vengano eliminati i gap che interessano il paese. Tanto più lo è comunque in regioni in cui le strutture e gli impianti esistenti scontano deficit strutturali, consolidatisi lungo i decenni. È il caso della Sicilia, dove l’EAS e le municipalizzate hanno gestito regolarmente impianti obsoleti, dove quasi tutti gli invasi recano vistosi segni d’incuria, le infrastrutture restano esigue, le condutture fatiscenti e in una certa misura da rifare. Il progetto di privatizzazione nell’isola ha potuto quindi fregiarsi di un obiettivo seducente, quello della modernizzazione dei servizi idrici che, dopo anni di attesa interlocutoria, è stato agitato come una sorta di rivoluzione dal governo regionale di Salvatore Cuffaro. E dal decisionismo, sufficientemente mirato, del ceto politico di cui l’ex presidente conserva in una certa misura la rappresentatività, corroborato comunque dai trasversalismi che insistono a connotare la vicenda pubblica nella regione, ha preso le mosse, negli ultimi anni, una sorta di caccia all’oro.

L’affare dell’acqua reca in Sicilia dimensioni inedite. Sono in gioco infatti 5,8 miliardi di euro, da amministrare in trenta anni, con interventi a fondo perduto dell’Unione Europea per più di un miliardo di euro. Dopo un primo indugio, dettato presumibilmente da ragioni di cautela, che ha visto comunque diverse gare andare a vuoto, la scena si è quindi movimentata, con l’irruzione di importanti realtà economiche, interne all’isola ed esterne. Una fetta cospicua dell’affare è stata avocata dalla multinazionale francese Vivendi, socia di maggioranza della Sicilacque spa, che, dopo la liquidazione dell’Ente Acquedotti Siciliani, ha ereditato la gestione di 11 acquedotti, 3 invasi artificiali, 175 impianti di pompaggio, 210 serbatoi idrici, circa 1.160 km di condotte e circa 40 km di gallerie. In diverse ATO si è già provveduto, altresì, alle assegnazioni. Nell’area di Caltanissetta si è imposta Caltaqua, guidata dalla spagnola Aqualia. A Palermo e provincia ha vinto il cartello Acque potabili siciliane, di cui è capofila Acque potabili spa, controllata dal gruppo Smat di Torino. Nell’area etnea la guida del Consorzio Ato Acque è stata assunta dalla catanese Acoset. Ad Enna ha vinto Acqua Enna spa, comprendente Enìa, GGR, Sicilia Ambiente e Smeco. A Siracusa vige la gestione mista della Sogeas, che vede presenti, con l’ente municipale, la Crea-Sigesa di Milano e la Saceccav di Desio. Ad Agrigento è risultata aggiudicataria la compagine Agrigento Acque che fa capo ancora ad Acoset. Negli altri ATO le gare rimangono sospese.

È la prima fase ovviamente, quella dei grandi appalti, che è preoccupante non solo per la virulenza con cui i poteri economici incalzano e mettono in discussione le istanze della democrazia, degradando un bene comune qual è l’acqua a merce, ma, di già, per i modi in cui evolvono le cose, in ossequio appunto a una data tradizione. In relazione più o meno diretta con grandi società estere e italiane interessate all’affare Sicilia, vanno muovendosi infatti ambienti economici discussi, a partire dai Pisante, le cui imprese risultano inquisite dalle procure di Milano, Monza, Savona e Catania per una varietà di reati: dal pagamento di tangenti all’associazione mafiosa.

Già coinvolta nell’isola in vicende legate agli inceneritori, tale famiglia si è mossa con intenti strategici. Si è inserita, tramite la controllata Galva spa, nel raggruppamento guidato da Aqualia, per la gestione idrica nel Nisseno. Partecipa con un buon 8,4 per cento alla società aggiudicataria nel Palermitano, Acque potabili siciliane spa. Tramite le società Acqua, Emit, e Siba detiene una discreta quota azionaria di Sicilacque che, come detto, ha rilevato dall’EAS il controllo delle grandi risorse idriche regionali. Ancora per mezzo della Galva partecipa altresì alla compagine vincente nell’Agrigentino, Girgenti Acque, di cui è capofila Acoset, che con Aqualia ha concorso in varie province. Ha invece perso nel Catanese, perché, l’AMGA spa, capofila della compagine entro cui correva, in competizione con Acoset, per l’aggiudicazione dell’ATO 2, è stata esclusa dalla gara.

Nelle mappe dell’acqua assumono altresì rilievo due noti imprenditori siciliani: l’ingegnere Pietro Di Vincenzo di Caltanissetta e l’ennese Franco Gulino, che vanno facendo non di rado gioco comune, pure di concerto con i Pisante. Il primo, cui sono stati confiscati beni per circa 300 milioni di euro, ha assunto la gestione dei dissalatori di Trapani, Gela, Porto Empedocle, Lipari e Ustica, indubbiamente strategica. È stato l’unico offerente nella gara per la gestione idrica di Trapani, poi sospesa. In competizione con le imprese di Caltaque, ha corso altresì per l’appalto ATO di Caltanissetta, dentro la compagine NissAmbiente, che comprendeva pure l’Altecoen di Franco Gulino. Quest’ultimo poi. Proprietario di un gruppo di quaranta società operanti in diverse regioni italiane, con interessi pure in Sud America, è stato rinviato a giudizio a Messina per concorso esterno in associazione mafiosa, per l’affare dei rifiuti di MessinAmbiente, che tramite l’Emit ha coinvolto pure i Pisante. Con l’Altecoen, che la stessa Corte dei Conti siciliana ha definito nell’aprile 2007 un’azienda “infiltrata dalla criminalità mafiosa”, si è introdotto nell’affare dei termovalorizzatori, per uscirne con ingenti guadagni. Ancora tramite l’Altecoen, è stato presente nella Sicil Power di Adrano, insieme con la DB Group, presente nei raggruppamenti guidati dalla catanese Acoset.

Tutto questo definisce evidentemente un ambiente, che fa da sfondo peraltro a fatti e atteggiamenti ancor più preoccupanti. Si tratta del lato più oscuro del processo di privatizzazione, di cui emergono un po’ le coordinate nelle dichiarazioni di un reo confesso, Francesco Campanella, ex presidente del consiglio municipale di Villabate, sulla costituzione del consorzio Metropoli Est, finalizzato al controllo delle acque in alcuni centri del Palermitano. Fatti sintomatici si rilevano comunque in quasi tutte le aree dell’isola: dall’Agrigentino, dove i sindaci di Bivona e Caltavuturo hanno denunciato le logiche dubbie invalse negli appalti di manutenzione, a Ragusa, dove sin dagli inizi della vicenda ATO è stato un crescendo di atti intimidatori. E si è ancora agli esordi.

In linea con le consuetudini, vanno delineandosi in sostanza due livelli: quello della gestione idrica in senso stretto, conteso da multinazionali e grandi società del settore, non prive appunto di oscurità, e quello dell’impiantistica, lasciato in palio alle consorterie territoriali, che recano ragioni aggiuntive, oggi, per porsi all’ombra di poteri estesi e ineffabili. Un quadro definito degli interessi potrà aversi comunque con l’entrata nel vivo degli ammodernamenti, nella danza di bisogni e pretese che sempre più verrà a stabilirsi fra appalti e subappalti. Solo allora l’obolo alla tradizione verrà richiesto con ampiezza: quando in profondo si tratterà di fare i conti con il privato che cova già nei territori, quando si tratterà altresì di saldare i conti con la parte pubblica, in sede municipale, provinciale, regionale.

In questa fase, in cui alcuni raggruppamenti recano caratteri di veri e propri cartelli, la logica prevalente rimane quella delle concertazioni a tutto campo, che traspare, fra l’altro, in certi movimenti mirati, prima e dopo le aggiudicazioni: tali da pregiudicare talora la linearità delle gare. Un caso esemplare, che ha avuto pure risvolti parlamentari, con una interpellanza del deputato Filippo Misuraca, è quello di Caltanissetta, dove la IBI di Pozzuoli, capofila della compagine esclusa dalla gara ATO, ha presentato ricorso contro Caltaqua, per ritirarlo appena avuta l’opportunità di inserirsi, con l’Acoset di Catania che l’affiancava, nel gruppo assegnatario, attraverso l’acquisizione di una quota cospicua dalla Galva del gruppo Pisante. Tutto questo, a dispetto delle leggi e delle direttive comunitarie, che vietano qualsiasi modificazione all’interno delle compagini vincenti.

Il processo di privatizzazione in Sicilia non sta recando comunque un decorso facile. Ha suscitato tensioni politiche, tali da rendere difficoltose le aggiudicazioni, mentre ha agitato la protesta delle popolazioni, allarmate dai rincari dell’acqua che ovunque ne sono derivati. Per tali ragioni a Trapani e Messina le gare rimangono sospese, con rischi di commissariamento dei rispettivi ATO, mentre a Ragusa si è arrivati addirittura a un ripensamento, per certi versi un dietro-front, che ha coinvolto gran parte dei sindaci dell’area. E proprio la vicenda di quest’ultima provincia segna nel processo una vistosa anomalia.

Sotto il profilo economico, il sudest, da Catania alla provincia iblea, reca tratti distinti. È la sede principale delle colture in serra, lungo i percorsi della fascia trasformata. È area d’insediamento di grandi centri commerciali, con poli importanti a Misterbianco, Siracusa, Modica e Ragusa. È territorio di una banca influente, la BAPR, che riesce a collocarsi oggi, per capitalizzazione, fra le prime venticinque banche in Italia. In virtù dell’integrazione cui può godere, sempre più va facendosi altresì un’area di forte interlocuzione economica, a tutti i livelli, con risvolti operativi non da poco. Se ne hanno riscontri nella politica concertata dei poli commerciali, quelli indicati appunto, e tanto più negli accordi strategici che vanno maturando nel mercato immobiliare, nella grande distribuzione alimentare, nel mercato ittico, nella costruzione di opere pubbliche, infine, dopo la svolta della legge Galli e le sollecitazioni dal governo regionale, nello sfruttamento privato delle acque. In quest’ultimo ambito infatti la catanese Acoset, ponendosi a capo di un raggruppamento coeso, ha deciso di guadagnare terreno oltre il territorio etneo, mentre la Sogeas di Siracusa, pur avendo introdotto soci privati, cerca di mantenere, al momento, un contegno più prudente.

Negli ultimi anni la società catanese è stata al centro di numerose contestazioni, da parte di enti e comitati di cittadini che ne hanno denunciato, oltre che i canoni esosi, le carenze di controllo. Il caso più clamoroso è emerso nel 2006 quando nell’acqua da essa erogata in diversi centri sono state rilevate concentrazioni di vanadio nocive alla salute. La Confesercenti di Catania è intervenuta con esposti ad autorità competenti e al Ministero della Salute. Il comune di Mascalucia ha aperto in quei frangenti un contenzioso, negando la potabilità dell’acqua. Per la mancata erogazione in alcuni centri, l’azienda è stata inoltre censurata dal Codacons e, in un caso almeno, è stata indagata dalla magistratura etnea. A dispetto comunque di simili “incidenti”, che definiscono il piglio dell’azienda mentre incrinano, in senso lato, le sicurezze sulle qualità del servizio privato, l’Acoset, potendo contare su alleati idonei, ha assunto i toni e le pretese di un potere forte.

Nata nel 1999 come azienda speciale, che ai fini della gestione idrica consorziava venti comuni pedemontani, l’impresa presieduta dal geometra Giuseppe Giuffrida si è trasformata nel 2003 in società per azioni, con capitale pubblico e privato. Nello slanciarsi lungo la Sicilia, ha stabilito rapporti con ambienti economici mossi. Nella compagine di Girgenti Acque, di cui è capofila, ha associato la Galva del gruppo Pisante e una società che fa capo alla famiglia Campione, discussa per vicende che ne hanno riguardato un componente. Nel medesimo tempo, con le movenze tenui che accomunano tante imprese dell’est siciliano, l’Acoset è riuscita ad aver voce negli ambiti decisionali che più contano nell’isola. Un test viene ancora dall’Agrigentino, dove, malgrado l’opposizione di ventuno sindaci, che avevano chiesto l’annullamento dell’aggiudicazione, la società catanese è riuscita a mettere le mani comunque sull’affare idrico, con la condivisione forte del presidente provinciale degli industriali, Giuseppe Catanzaro, del direttore generale in Sicilia dell’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque, Felice Crosta, del presidente della regione Cuffaro.

Pure i numeri sono quindi divenuti quelli di un potere in evoluzione. Quale socio privato dell’ATO 2 di Catania, l’impresa eroga l’acqua a 20 comuni etnei, per circa 400 mila abitanti. Da capofila della società Girgenti Acque ha sbaragliato potenti società italiane ed estere, come Aqualia appunto, aggiudicandosi un affare che le farà affluire in trenta anni 600 milioni di euro, di cui circa 100 milioni dall’Unione Europea. Con una quota minima, ceduta dalla Galva dei Pisante, risulta presente nel gruppo Caltaqua, aggiudicatario della gestione idrica del Nisseno. Sin da quando si è profilato il business della privatizzazione, con un raggruppamento d’imprese che comprende pure la BAPR, ha deciso di puntare altresì a sud, gareggiando ancora con la multinazionale iberica, per assicurarsi la gestione dei servizi idrici di Ragusa, che recano una posta di oltre mezzo miliardo di euro, di cui circa 100 mila della UE. Se avesse centrato tale obiettivo oggi avrebbe in pugno un quinto circa dell’intero affare siciliano.

I giochi apparivano fatti. Delle tre società concorrenti, Saceccav, Aqualia e Acoset, la prima, che concorreva già per insediarsi all’ATO di Siracusa, è stata esclusa dalla gara per motivi che sono apparsi sospetti, tali da indurre uno dei commissari, il prof. Francesco Patania, a dimettersi e presentare un esposto alla procura di Ragusa. La seconda, che di lì a poco avrebbe avocato a sé la gestione idrica del Nisseno, per certi versi si è ritirata perché non ha risposto all’invito della commissione di dichiarare se persisteva il suo interesse alla gara. La compagine di Acoset, che al medesimo invito ha risposto affermativamente, aveva quindi ragione di sentirsi vincitrice. Le cose sono andate tuttavia in modo imprevisto. La maggioranza dei sindaci, che nel giugno 2006 si erano espressi a favore della gestione mista, pubblico-privata, nella seduta del 26 febbraio 2007 hanno deciso di avviare infatti la procedura di annullamento della gara perché difforme alle direttive dell’Unione Europea. E il 2 ottobre del medesimo anno la gara è stata annullata. Ma perché è avvenuto tale ripensamento e, soprattutto, quali giochi reggevano, e reggono tutt’ora, l’affare acqua del sud-est?

Lo schieramento di Acoset per l’ATO di Ragusa reca conferme di rilievo e qualche accesso. Rimane forte la presenza catanese, con Acque di Carcaci, Acque di Casalotto e la COESI Costruzioni Generali. Con opportuni scambi posizionali vengono altresì confermate, perché strategiche, due presenze: la IBI di Pozzuoli, con cui nel Nisseno la società catanese ha condotto l’operazione di trasbordo in Caltaqua, che ha suscitato allarme nella Sicilia tutta e prese di posizione parlamentari; la DB Group che, tramite la Sicil Power, costituisce un punto di contatto fra l’Acoset e il gruppo di imprese che fa capo alla famiglia Pisante. Inedita è invece, ma pure sintomatica, la partecipazione della BAPR, che meglio di ogni altra realtà compendia il potere finanziario del sudest. La banca iblea ha fatto una scelta anomala, per certi versi controcorrente, dal momento che nessun altro istituto di credito dell’isola ha deciso di porsi in campo. Ma l’ha fatta a ragion veduta.

Nel quadro degli scambi che vigono nell’est siciliano, la BAPR costituisce una presenza di peso, in grado di interloquire con tutte le economie, a partire comunque da quelle legate all’edilizia e all’innovazione agricola. Reca una dirigenza solida, attenta alla tradizione, non priva tuttavia di impeti modernistici, che tanto più si avvertono nell’attivismo di Santo Cutrone, consigliere di amministrazione, costruttore, componente della giunta CCIIA di Ragusa, vice presidente siciliano dell’ANCE. Forte dei ruoli rivestiti, Cutrone ha potuto stabilire relazioni da vicino con l’imprendtoria catanese, inclusa quella legata all’acqua. Con la CG Costruzioni, di cui è proprietario, ha fatto affari comuni con l’ingegnere Di Vincenzo, con la costituzione di una ATI, associazione temporanea d'impresa, che ha concorso in numerose gare, dal comune Misterbianco al porto di Pozzallo. Quale presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Costruttori si è esposto in favore della privatizzazione dell’acqua a Ragusa, mentre, a chiusura del circolo, ha sostenuto nell’intimo della BAPR le ragioni, infine vincenti, della scesa in campo con Acoset.

In considerazione di tutto questo, i conti dell’acqua, nella declinazione del sudest, tornano con pienezza. La società guidata da Giuseppe Giuffrida, che ha accettato la sfida dei giganti europei, ha avuto buone ragioni per imbarcare la banca siciliana, ravvisando nel prestigio e nell’influenza della medesima una carta spendibile ai fini dell’aggiudicazione del mezzo miliardo di euro in palio. Dal canto suo la BAPR, sospinta dal protagonismo di Cutrone, si è risolta a rivendicare una propria ipoteca, la prima, sull’affare del secolo, sulla scia peraltro di taluni gruppi finanziari, per consolidare sotto la propria egida l’asse economico Ragusa-Siracusa-Catania. Come si evince dalle movenze, tutti i protagonisti della compagine, da Acoset a IBI, da DB Group all’istituto ibleo, hanno comunque ben chiaro che la conquista del centro-partita nella cuspide iblea può costituire un incipit per ulteriori affari, tanto più dopo lo scoccare del 2010, quando, con l’apertura dell’area di libero scambio, il territorio del sudest, in virtù dell’esposizione che reca sul Mediterraneo, diverrà strategico.

In definitiva, nella Sicilia più a sud si è giocato per vincere, a tutti i costi. Il coinvolgimento della BAPR ne è una prova. E Acoset, con le sue alleate, avrebbe vinto se, dopo la decisione assunta dai sindaci dell’ATO in favore della privatizzazione, nel giugno 2006, non fossero accaduti degli incidenti, privi di riscontro in Sicilia, per certi versi quindi imprevedibili. Un pugno di ragazzi, fondatori di un giornale in fotocopia, “Il clandestino”, hanno deciso di mettersi di traverso, suscitando una resistenza corale, che ha incrociato lungo il suo cammino Alex Zanotelli, l’Antimafia di Francesco Forgione, il Contratto Mondiale dell’acqua di Emilio Molinari, la CGIL di Carlo Podda. Dalle cronache, in Sicilia e nel paese tutto, la storia è stata registrata come una esperienza esemplare, cui si sono coinvolti dirigenti sindacali come Tommaso Fonte, Franco Notarnicola, Nicola Colombo e Aurelio Mezzasalma, esponenti politici come Marco Di Martino, esponenti dell’associazionismo come Barbara Grimaudo. La battaglia dell’acqua, nel sudest siciliano, rimane comunque aperta, con i poteri forti che insistono a lanciare i loro moniti, mentre vanno preparandosi all’ultimo decisivo assalto.

Carlo Ruta

Fonte: “Narcomafie”, gennaio 2009




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22 febbraio 2009

Caccia agli zingari

Il programma di Riccardo Iacona, "presa diretta", su Raitre, si è occupato di Rom con il titolo "Caccia agli zingari".... Se per caso ve lo siete perso, merita davvero di essere visto, e per  questo vi mando il link al sito online dal quale si potrà visionare
http://www.presadiretta.rai.it/category/0,1067207,1067208-1083707,00.html




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21 febbraio 2009

Pina Piccolo

 

Canto del caos (di Pina Piccolo)

Nel duecento dopo Darwin

quando gli angeli del caos

inseminati nello sfacelo del soldo

s’alleano con atomi di carbonio ribelli

e il DNA antico in preda alla follia

piomba nel tranello dei finti estrogeni

dimentico del pentagramma

sinfonico del corpo

e cullato nell’oblio

si riproduce a iosa

e la fame divora

i muscoli del bimbo

mentre dalla corda

di Monsanto

pende il corpo del padre

contadino

e la traiettoria del proiettile

denso di metalli esplosivi ed inerti

incontra il danno collaterale

a migliaia

ed esterefatto

in esso s’annida e scoppia

e ride la iena

dell’esperimento

e a milioni languiscono

nelle strade

teste di belle

addormentate per sempre

affiorano dalle macerie

invece dei crochi gialli

di primavere forieri

Quando gli angeli del caos

sguainando spade di fuoco

ardono la finta tranquillità

della vita da schermo

e s’affievolisce il tepore

delle tane

e scorre il sangue

e i sangui si mischiano

mentre i cuccioli d’uomo

disegnando teschi

cantano inni alla morte

talvolta appiccando fuoco

a indiani dormienti

nei depositi fatiscienti

delle nostre magnifiche sorti e progressive

dal calderone del pianeta gelido e infiammato

per sessant’anni tenuta

alla catena

s’innesca la crisi

e nel suo canto di sirena tutti ci avvolge.

(Pina Piccolo, febbraio 2009)




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20 febbraio 2009

Da Dab2

 

care e cari della mia piccola lista “my favorite things” (per l’occasione un filino allargata),

prima di venire travolto dalla quotidianità “rubo” 36-37 minuti alla stanchezza per parlarvi di un romanzo “utopico” che ho riletto in questi giorni di viaggio: “L’isola” di Aldous Huxley, uscito nel 1962. Lo stavo cercando, sicuro di averlo e invece l’ho perduto (o prestato in modo incauto) ma per mia fortuna gli ottimi Ale e Kike me lo hanno subito regalato. Chi sono Ale e Kike? Due eccellenti compagni di viaggio in Palestina…. credo: in realtà non ho capito un cazzo di quello che hanno detto in 10 giorni perchè parlavano sottovoce, di fretta e in ravennate (anche l’inglese e l’arabo erano romagnolizzati oltre ogni dire). Scherzo… ma di loro vi parlerò prossimamente (a proposito del lavoro che fanno in Palestina ecc).

Due parole su “L’isola” allora.

Visto che ho un figlio diciassettenne e (giustamente) ribelle alla famiglia, le pagine che voglio condividere con voi sono sui Car cioè i “circoli adozione reciproca”.

Il contesto anzitutto. Will è naufragato nell’isola di Pala. Deve fare i conti con molte diversità rispetto al suo mondo (che è circa il nostro). Si trova a parlare dei suoi insopportabili genitori, “il signor gradasso e la martire cristiana”. Ed ecco che Susila, un’abitante dell’isola, gli spiega che nella loro isola non funziona così. Si può scappare dalle famiglie.

Ecco qualche stralcio.

« (da noi) La fuga è incoraggiata. Ogni volta che la “casa, dolce casa” dei genitori diventa intollerabile, il bambino può – anzi viene incoraggiato a farlo – trasferirsi in una delle altre sue famiglie».

(Will) «Quante famiglie ha un bambino di Pala?»

«In media una ventina (…) Apparteniamo tutti a un Car, un circolo di adozione reciproca. Ogni Car è formato da 15 a 25 coppie assortite. Sposini, vecchie coppie con figli adulti, nonni e bisnonni… tutti coloro che fanno parte del Car adottano chiunque altro. Oltre ai nostri veri genitori, ognuno di noi ha la propria quota di vice-madri, vice-padri, vice-zii e zie, vice-fratelli e sorelle, vice-infanti, bambini e adolescenti».

Will scosse la testa: «Creare 20 famiglie mentre prima ne esisteva una sola».

«Ma quella che esisteva prima è il vostro tipo di famiglia, le 20 famiglie sono del nostro tipo». E quasi leggesse le istruzioni di un libro di cucina: «Prendere un lavoratore schiavo della paga, sessualmente inetto e una femmina insoddisfatta, due o tre piccoli maniaci della tv: marinare in un miscuglio di freudismo e cristianesimo, poi chiudere il tutto in un appartamento e lasciare cuocere per 15 anni (…). La nostra ricetta è alquanto diversa: “prendere 20 coppie sessualmente soddisfatte e la loro progenie, aggiungere scienza, intuizione e umorismo; immergere nel buddismo tantrico e far bollire pian piano in un tegame all’aria aperta su un vivida fiamma d’affetto”».

«E cosa vien fuori dal suo tegame?» domandò Will.

«Un tipo di famiglia completamente diverso. Non esclusivista, come le famiglie dell’Occidente, e non predestinato, non coattivo. Una famiglia aperta (…) Venti coppie di padri e madri con 40-50 figli assortiti, d’ogni età».

E più avanti.

(è ancora Susila che parla) «(…) nelle vostre famiglie predestinate, i fanciulli scontano una lunga condanna, sorvegliati da due genitori-carcerieri. Questi genitori-carcerieri possono naturalmente essere buoni, saggi e intelligenti. In tal caso i piccoli prigionieri usciranno più o meno illesi. Ma in effetti quasi tutti i vostri genitori-carcerieri non sono dotati in ampia misura di bontà, saggezza e intelligenza (…) Se un bambino si sente infelice nella vera famiglia, noi facciamo del loro meglio per lui in 15-20 famiglie adottive (…) Lei non deve credere che i bambini (a Pala) ricorrano ai vice-genitori soltanto quando si trovano in difficoltà. Lo fanno continuamente, ogni volta che sentono la necessità di un mutamento o di qualche nuova esperienza (…) Doveri e privilegi in una famiglia vasta, aperta, non predestinata, dove sono rappresentate tutte e 7 le età dell’uomo insieme a una decina si diverse capacità e di talenti differenti e nella quale i bambini possano farsi un’esperienza di tutte le cose importanti e significative che gli esseri umani compiono e subiscono: lavorare, giocare, amare, invecchiare, ammalarsi, morire».

Mi fermo.

E ora mi chiedo (e vi chiedo): le persone che abitano a Pala sono matte? Huxley risponde così: «i pazzi stupidi non approdano a niente. Soltanto nel caso degli esseri umani intelligenti e scaltri la follia può rendere savi».

Per caso sentite un contrabbasso dialogare con un sax? Ah, mi era sembrato.

Se qualcuna/o di voi leggerà (o rileggerà) “L’isola” e mi vuole dire le sue impressioni… ne sarò molto contento.

Aggiungo solo che, se non lo conoscete e vi ho incuriosito, potete trovare “L’isola” a 8,80 euri (euro?) negli oscar Mondadori.

Ciau, db




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19 febbraio 2009

Poesia

 

Mangiando paste colorate

Mangiando paste colorate

Arancione e blu fosforescente

In un bar del lungomare

Mi trovo a camminare

Ai bordi della pineta

E Sandra dice, seria

“Vieni andiamo

A vedere le lucciole”

E io dico “ma è giorno”

Ugualmente

Saltiamo la staccionata

E andiamo a cercare.

Salgo a cavallo

Un cavallo alto

Ma non ho paura

Una bimba è con me.

Al galoppo

Scendo su gradini di pietra

Che sono tapis roulant

E sono su un ampio prato.

Il cavallo suda

Gli tocco il collo

Ritorno.

Alla stazione la madre di Silvio mi dice

Questo è il tuo pacco di libri

Cinquecentomila lire da pagare

Una borsa colorata

In omaggio

E una montagna di libri

Che non mi servono a niente.

La primavera è fredda

E un po’ tormentosa

Con sprazzi di luce.

Come stai?

Si va a funghi a Chicago?

Ho desiderato solo parlarti

E così

Sono stata appoggiata al telefono

Sapendo

Che non avrei saputo cosa dirti

Mentre nella testa

Risuonavano

Le mie poesie su di te

Che non ci sei

E non ci sarai

E anche questo

Ha sapore di eterno.

E così mi aggiravo

Attraverso

Un palazzo di piccoli appartamenti

Dove mi sembrava

Di aver già vissuto

Non riconoscendoli.

Appartamento 107

Strani ascensori

Alcuni vecchi alcuni nuovi

Appartamento 107

Il nuovo è in realtà

Vecchio, niente cambia.

Horty Bluette

Prendi la macchinetta e portami all’aeroporto

Solo così

Posso salvarmi

quando moriremo

Le stelle si spegneranno

Una dopo l’altra.

Portami all’aeroporto

Non importa dove

Ho bisogno di calore

Horty Bluette

Non dimenticare

Che voglio andare al sud

Anche se

Sto solo sognando

Un altro aeroporto

Hey signora

Perché invece

Non scrivere su un normale foglio

Piuttosto che su una schedina non compilata

Non vincente

Non riscuotibile ?

Questi amori ingrassano

E fanno piangere

Ormai.

Il risveglio stavolta

È un pianto

Soffocato

Per un tempo

Indefinibile.

Finalmente

Era mia figlia

Ne vedevo il volto chiaramente

Non era come nei sogni

Precedenti in cui

Non sapevo,in fondo,

riconoscerne il sesso.

Bimba piccola piccola

Capelli neri

La mia.

Poi l’avevo persa

In un attimo di terrore.

Era in una siringa

Finita lì.




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