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Diario
 


 

20 anni in attesa di giustizia
dal sindacato al carcere
imputazione spionaggio


prefazione di Mario Capanna

nelle migliori librerie
o sul sito
www.memori.it






31 dicembre 2007

da Rosella

 

L'espressione più in voga in questi ultimi mesi è "antipolitica", temuta da

qualcuno e denunciata da altri, ma tutti concordi nel dire che ci viviamo

dentro. Tutti concordi nel dire che in politica vi è uno stacco tra

rappresentanti e rappresentati e che sia necessario un rapporto più stretto

tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa. Con grande

sintesi Rubem Alves scrive: "Di tutte le vocazioni, la politica è la più

nobile. Di tutte le professioni è la più vile".

Ma cosa c'entrano queste considerazioni con la scuola e più in generale con

la società? Moltissimo. Se le parole "libertà" o "democrazia" non viaggiano

assieme a "responsabilità", avremo una politica che correrà dietro alle

richieste dei particolarismi e del "tutto e subito". "Libertà da sola

significa una cosa soltanto: autorizzazione a curare illimitatamente i

propri immediati interessi, a costo di dissipare i beni collettivi e

permanenti che assicurano un avvenire. Solo la responsabilità può togliere

alla libertà il suo veleno distruttivo" (G.Zagrebelsky)

Paul Ginsborg in un suo testo "La democrazia che non c'è e l'Isola di

Pasqua" analizza bene queste distonie, sostenendo che la sola speranza sia

l'avvento di una "società civile" fatta di persone che sanno alzare lo

sguardo dalla pura convenienza individuale, che vedono più avanti e più in

alto. Individui che non mirino ad interessi particolari che sono destinati a

portare l'umanità alla semplice sopravvivenza e al suicidio collettivo.

Persone che non minimizzino la crisi ambientale ed energetica, che non

distolgano l'attenzione dalle disuguaglianze nel mondo che costituiscono il

motivo principale delle migrazioni. Persone che si interroghino sul posto

che oggi occupano in questa società così mutevole nel suo aspetto e nelle

sue dinamiche e che richiede un continuo aggiornamento dei criteri di

cittadinanza.

Un governo che chiedesse sacrifici nel presente per salvaguardare il futuro

non avrebbe vita facile e, sostiene Ginsborg, può sperare solo nella

crescita di questa "società civile", di questa cittadinanza attenta e

attiva. Avrà bisogno di famiglie e scuole che educhino all'apertura e alla

responsabilità verso i propri simili e che non si chiudano a riccio

coltivando egoismi che alla fine condanneranno tutti.

Alex Langer sosteneva che occuparsi degli altri e dell'ambiente è la vera

chiave per la sopravvivenza, è quella forma di "sano egoismo" che sola può

dare, oggi, una speranza all'umanità. Non è utopia, è il solo realismo che

ci rimane.

E' poco natalizio questo editoriale, ma in fondo è beneaugurante perché "Lo

tempo e' poco omai che n'e' concesso" (Dante, Inferno, canto XXIX, v. 11)




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29 dicembre 2007

Vicenza: No dalmolin

 [Monica Lanfranco • 19.12.07] Nella tenda si comincia a sentire l’effetto del riscaldamento, e le membra all’inizio intirizzite si rilassano. C’è anche più tepore perché il tendone è colmo, di donne, in maggioranza, ma c’è anche qualche uomo. La piccola donna vestita di rosso, della quale non capisco il nome apre due fogli di carta scritti a mano, con la calligrafia grossa e un poco incerta. Legge, a voce alta e chiara, una sorta di poesia, un lamento struggente per quella sua porzione di terra...

Monica lanfrancoNella tenda si comincia a sentire l’effetto del riscaldamento, e le membra all’inizio intirizzite si rilassano. C’è anche più tepore perché il tendone è colmo, di donne, in maggioranza, ma c’è anche qualche uomo. La piccola donna vestita di rosso, della quale non capisco il nome apre due fogli di carta scritti a mano, con la calligrafia grossa e un poco incerta. Legge, a voce alta e chiara, una sorta di poesia, un lamento struggente per quella sua porzione di terra, la fontega si chiama, che un tempo lontano, durante la sua giovinezza, era dominata dalle vigne, dai fiori e dalle rane.

«Dove andranno ora le rane, che fine faranno i fiori, le viti, quel vino; che cosa ne sarà di tutto questo, se ci costruiranno sopra una base militare?- si chiede, ci chiede».

Con un momento mattutino di parole di donne, pervaso dalle musiche di uno strumento a corda, dalla voce di un coro femminile che ha cantato una poesia di Rosina, una ottantenne del posto, e l’intensa lettura del brano Pensieri di pace durante un'incursione aerea di Virginia Woolf si è conclusa la tre giorni di mobilitazione europea del Comitato No Dal Molin a Vicenza.

Difficile che i giornali ne parlino; gli occhi dei media erano tutti puntati sul corteo del giorno prima, dal quale molti osservatori si aspettavano degenerazioni, che invece, anche se annunciate da una minoranza mossa più dal testosterone che dai contenuti, non ci sono state, e quindi perché restare e seguire una iniziativa di donne?

E invece ci sono tutte, puntuali nel tendone alle undici di domenica le donne che da mesi animano con determinazione e coraggio il Comitato che non vuole l’allargamento della base militare a Vicenza. Ci sono nonostante la stanchezza sia tanta, e non solo per l’organizzazione della tre giorni, ci mancherebbe. Nei mesi che hanno alle spalle queste donne hanno visto la propria vita sconquassarsi, forse per sempre, da questa faccenda della base militare Usa in piena città.

Anna, che abita in centro, si è appassionata grazie al figlio di quindici anni che un giorno è arrivato con un volantino redatto da un centro sociale, e tutto è cominciato, magari solo per l’apprensione tutta genitoriale di capire che posti frequentasse l’adolescente. Poi non si è mai fermata.

Presidio no dal molin«Certo, - dice sorridendo come a scusarsi, - questo No Dal Molin ha preso a noi donne tutto il tempo libero, poco, che avevamo. Dimenticata la palestra e qualche momento di riposo, io almeno sto cercando di salvare spazio per imparare finalmente l’inglese, ma mi sa che anche questo diventerà sempre più difficile». Anna continua a schernirsi per il presunto disordine di casa, che invece è impeccabile. Il Dal Molin fa capolino anche qui, perché al posto delle classiche riviste di una casa media spuntano dovunque volantini, fly, adesivi, manifesti e materiali del Comitato. Mentre prepara una colazione degna di un hotel a cinque stelle Anna dice che si sente come se avesse dormito per cinquant’anni, e nel dirlo c’è tutta l’importanza e la definitività dell’irruzione di questo evento nella sua esistenza, comunque vada a finire.

Antonella invece abita proprio al limite dell’area dove dovrebbe sorgere l’ampliamento della base, chilometri e chilometri di verde e di terra in ostaggio. Racconta che quando Marco Paolini venne a vedere l’impressionante estensione di verde destinata allo scempio salì con l’operatore, per filmare meglio, sulla piccola antenna da radioamatore di suo marito, antenna che si trova a due metri dall’uscio di casa. «Nel giro di tre minuti sono arrivate quattro camionette – racconta -. I militari hanno chiesto che cosa stavamo facendo, e noi sconcertati abbiamo domandato se fosse anche vietano montare sulla propria antenna e guardare il panorama».

Ma il fatto più straordinario che sta accadendo da mesi in questa ordinata cittadina dell’operoso, chiuso e fortemente xenofobo nord est è quello che salta subito agli occhi quando si percorre il quartiere che sorge accanto al perimetro dove potrebbe nascere la futura base militare Usa, un ordinato e ordinario quartiere le cui strade portano tutte, con sfrenata fantasia, i nomi degli aeroporti italiani: via Ciampino, via Fiumicino, via Linate, via Malpensa eccetera. Ogni villetta di questo quartiere, nessuna esclusa, per la stragrande maggioranza occupata da nuclei familiari che mai si sarebbero sognati di aderire a qualsivoglia campagna politica, specialmente una campagna che può essere annoverata dentro l’abusata categoria tutta giornalistica del ‘no-global’, ha nel giardino una bandiera sulla quale campeggia l’insegna No Dal Molin. E anche ammesso che la maggiorparte di queste persone sia soltanto interessata al suo spazio privato, al non avere la rogna della grave ed invasiva presenza inquinante socialmente, acusticamente e ambientalmente di una base militare, e magari se si trattasse di un altro luogo non muoverebbe un dito per impedirlo, il risultato ottenuto da questo movimento, e da queste donne in particolare è enorme.

La loro semplicità, la loro grazia nell’esporre le ragioni dell’essere uscite dalle case tranquille per mescolarsi con i giovani dei centri sociali, con i sindacalisti, con l’attivismo ambientalista nazionale e internazionale, con le Donne in nero, con le femministe, per alcune di loro soggetti fin qui estranei o comunque non facenti parte della formazione è la vera e grande novità che salta subito agli occhi. Assenti dal loro percorso i tradizionali dispositivi ideologici (destra/sinistra, nemico/amico, noi giusto loro sbagliato) le donne No Dal Molin hanno incluso la gente comune perché si sono fatte capire non dalle minoranze militanti, ma dei vicini di casa, spezzando il mortifero ciclo della reclusione dei soli attivisti, perché hanno parlato con il linguaggio del quotidiano, della preoccupazione, della cura e dell’amore per lo spazio comune e pubblico, dando prova di tenerci e di considerarlo altrettanto importante così come chiunque tiene e protegge quello privato.

C’è molto di più, in quello che si sta consumando a Vicenza, rispetto all’opposizione pur giustissima alla costruzione di una ennesima base militare: c’è la ricerca di parole e modi inclusivi e non solo contrappositivi per creare consenso sulle ingiustizie e i pericoli causati della militarizzazione del territorio, e per traslato delle menti; c’è il superamento, rispetto al no necessario dell’inizio, della negazione per costruire aperture, dei sì pieni di progetti, di comunità, di sperimentazione e contaminazione di pratiche e linguaggi; c’è la promessa di pratica politica che lavora su obiettivi, che include e non separa su base ideologica o di tessera. Fragile, certo, questa sperimentazione delle donne del Comitato, e di incerto esito, visto l’entusiasmo con il quale il governo di centro sinistra appoggia la costruzione della base militare a Vicenza. Ma anche i fiocchi di neve sono lievi, uno per uno; eppure insieme danno vita alle candide e solide coltri che qui, per molti mesi, coprono il paesaggio.

Monica Lanfranco


Altre lettere di Monica Lanfranco pubblicate da Arcoiris Tv
Il sito di Monica Lanfranco




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28 dicembre 2007

LA BASE USA DAL MOLIN È ANTIEVANGELICA E NEMICA DEI POVERI». INTERVISTA AD UN PARROCO VICENTINO

 [Luca Kocci • 24.12.07] Non demorde il movimento «No Dal Molin» che si oppone alla costruzione di una nuova base militare statunitense a Vicenza, nell’area dell’aeroporto civile Dal Molin. Dopo l’imponente manifestazione del 17 febbraio, quando oltre 200mila persone scesero in piazza, dopo un anno di presidio permanente nell’area dove dovrebbe sorgere la base, lo scorso 15 dicembre più di 50mila persone – la maggior parte cittadini vicentini, ma anche significative presenze dal resto d’Italia e qualche delegazione dei movimenti europei – hanno attraversato le strade della città, spingendosi fino al Dal Molin, per ribadire il loro no alla militarizzazione del territorio e alla costruzione di un nuovo avamposto della guerra preventiva...

Non demorde il movimento «No Dal Molin» che si oppone alla costruzione di una nuova base militare statunitense a Vicenza, nell’area dell’aeroporto civile Dal Molin. Dopo l’imponente manifestazione del 17 febbraio 2007, quando oltre 200mila persone scesero in piazza, dopo un anno di presidio permanente nell’area dove dovrebbe sorgere la base, lo scorso 15 dicembre più di 50mila persone – la maggior parte cittadini vicentini, ma anche significative presenze dal resto d’Italia e qualche delegazione dei movimenti europei – hanno attraversato le strade della città, spingendosi fino al Dal Molin, per ribadire il loro no alla militarizzazione del territorio e alla costruzione di un nuovo avamposto della guerra preventiva.

Una protesta che però sembra non smuovere di un millimetro il governo italiano – che prima con Berlusconi e poi con Prodi ha dato il suo placet alla nuova base –. Appena due giorni prima della manifestazione, a Washington, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il ministro degli Esteri Massimo D’Alema avevano ulteriormente rassicurato l’alleato americano: «Sulla base di Vicenza – aveva garantito il vicepremier al segretario di Stato Usa Condoleeza Rice – la questione è risolta». Sembra così segnato il percorso che a breve porterà alla costruzione, a poco più di un chilometro dal centro storico di Vicenza dove c’è già un’altra base militare statunitense (la Ederle), del più grande aeroporto militare Usa in Europa, sede della 173.ma Brigata aviotrasportata – creata per la guerra in Vietnam, attualmente impegnata sia in Iraq che in Afghanistan – aumentata fino ad un massimo di 8mila soldati. Un’operazione che costerà a George Bush poco quasi 500 milioni di dollari: tanti ne ha chiesti al Congresso il Dipartimento della Difesa Usa.

In prima fila nel movimento «No Dal Molin», molti cattolici di base - dai movimenti e associazioni come Pax Christi e i Beati i Costruttori di Pace, parrocchie, singoli credenti - persuasi che la nuova base è antievangelica in quanto strumento di guerra. Alla manifestazione del 15 dicembre c’erano anche i 53 sacerdoti che hanno scritto e consegnato a Paolo Costa, rappresentante della Presidenza del Consiglio per le questioni relative all'attuazione della base Dal Molin, un documento con il quale manifestano la loro opposizione alla base.

Fra questi, don Fabrizio Cappellari (nella foto), da due anni parroco a Quinto Vicentino, un piccolo comune di 5mila abitanti a ridosso di Vicenza dove sarebbe dovuto sorgere un 'villaggio’ di 220 abitazioni per i militari statunitensi e le loro famiglie (circa 2mila persone). Un progetto che all’inizio sembrava avere ottenuto il favore dell’amministrazione comunale – che vi scorgeva ricadute economiche positive per il paese – ma che poi è stato bocciato con un voto unanime del Consiglio comunale.

don fabrizio cappellariAdista ha intervistato don Cappellari.

D: Cosa è successo nella tua parrocchia quando l’anno scorso avete saputo della costruzione della nuova base al Dal Molin?

R: Ho subito proposto di incontrarci per parlare della questione e, dopo questa assemblea, abbiamo deciso di avviare un percorso comunitario di approfondimento e di discernimento sulla base. Ci sono stati incontri e dibattiti pubblici, fiaccolate, veglie di preghiera; il Consiglio pastorale e le varie associazioni presenti in parrocchia hanno preso la parola e prodotto documenti.

D: E a quali conclusioni siete giunti?

R: Che il progetto della nuova base è contro il Vangelo perché è un progetto di guerra, e la guerra è sempre contro i poveri.

D: Come valuti la manifestazione del 15 dicembre?

R: Mi sembra che la manifestazione sia andata bene. C’è stata una buona partecipazione, per quanto inferiore alla manifestazione di febbraio: ma almeno 50mila persone – la maggior parte delle quali di Vicenza – sono scese in strada contro la base. Soprattutto, continuano a mobilitarsi non solo i pacifisti storici, che da almeno 30 anni sono attivi a Vicenza sui temi della pace e dell’antimilitarismo, ma i cittadini e i cattolici che prima non si muovevano. Hanno capito che quella della base è una questione importante.

D: Tuttavia, nonostante tutto, il governo sembra intenzionato ad andare avanti per cui, a meno di un miracolo, la base si farà. Non c’è il rischio che la delusione sia grande e che parte del movimento ripieghi nel privato o, peggio, nel qualunquismo?

R: Io non sono in grado di fare queste previsioni, non so quello che succederà. Però so per certo che si è avviato un percorso di coscientizzazione da cui sarà difficile tornare indietro. Quello che è accaduto in questi mesi, anche in parrocchia, ha cambiato la vita di molte persone: si sono scoperte in grado di vincere la paura e la rassegnazione, hanno preso la parola pubblicamente, hanno sperimentato l’importanza e la necessità di dire la loro e di non delegare, si sono mostrate attente al mondo e all’altro. Se la base, come sembra, si farà, forse qualcuno si fermerà perché la delusione sarà forte, ma credo che le persone, in maggioranza, non torneranno indietro rispetto al cammino avviato: resteranno in piedi e vivranno da risorti, non da morti, come mi capita di dire spesso.

D: Secondo te la Chiesa, a cominciare da quella di Vicenza, ha fatto e ha detto tutto quello che poteva?

R: No. La Chiesa vicentina ha semplicemente scelto di restare ai margini e di non parlare: né contraria né favorevole alla base, semplicemente in silenzio perché, così è stato spiegato a molti di noi preti che ci siamo attivati, la questione della base non è un terreno sul quale la Chiesa deve entrare. Eppure io credo che il Vangelo debba incarnarsi nella vita, nel mondo. Mi sembra che la Chiesa si sia mostrata molto paurosa. Però dal basso, dalle parrocchie si è sprigionato un movimento che mi pare davvero una novità importante. Ed è questo movimento, che parte dal basso, che mi fa essere fiducioso sul futuro della Chiesa.

Luca Kocci (
Adista)




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27 dicembre 2007

Su Contrada

Mastella ha chiesto la grazia per Bruno Contrada, l’ex dirigente del SISDE condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il presidente Napolitano ha trasmesso la richiesta ricevuta dall’avvocato di Contrada.
Mastella ha detto
che: “La grazia a Contrada è un atto dovuto”. Non ha specificato a chi. La sorella di Paolo Borsellino vuole incontrare al più presto Napolitano.
Rita Borsellino ha
dichiarato: “Ritengo l’ipotesi della grazia estremamente grave. Contrada è stato condannato per reati commessi tradendo la sua funzione di servitore dello Stato, quello stesso Stato per cui Giovanni, Paolo e tanti altri rappresentati delle istituzioni hanno consapevolmente dato la vita. Comprendo i sentimenti di pietà che si possono avere nei confronti di un uomo nelle condizioni di Contrada, ma la sua vicenda giudiziaria ha sempre lasciato l'alea del dubbio sul fatto che il dirigente del Sisde abbia detto fino in fondo ciò che sapeva sulle complicità di parte delle istituzioni con l'organizzazione mafiosa. Coloro che si accingono a decidere devono sapere che questo dubbio si riaccenderà anche sul loro operato. Uno Stato deve sapere distinguere e ricordare altrimenti il rischio, dirompente per un Paese democratico fondato sulla giustizia, è che domani possa apparire legittima e dovuta anche la grazia ai boss mafiosi. La mia richiesta al Capo dello Stato è da sorella di Paolo ma anche da parlamentare e da cittadina italiana.”
L’Associazione delle
vittime di via dei Georgofili e la Fondazione Caponnetto si sono pronunciate contro la grazia.
Per quanto mi riguarda non saprei cosa dire. Tuttavia se Contrada è in pericolo di vita, va salvato e poi si vedrà dopo. Certo le dichiarazioni di Rita Borsellino fanno riflettere perchè vengono da una persona di rara qualità.




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26 dicembre 2007

Galeano da Rosella e Diego

L'utopia è come l'orizzonte:
cammino due passi e si
allontana due passi.

Cammino dieci passi e si
allontana di dieci passi.
L'orizzonte è irraggiungibile.
E allora a cosa serve l'utopia?

A questo serve
per continuare a camminare.

Eduardo Galeano




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25 dicembre 2007

Adorno da Diego

"L'amore è la capacità di avvertire il simile nel dissimile".
TheodorAdorno




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25 dicembre 2007

Buon Natale a tutti i lettori




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24 dicembre 2007

Grillo su elezioni e varie

 Un sindaco di Roma, segretario di un partito che non si è mai presentato alle elezioni. Un prescritto multiplo con amici e sodali finiti in galera. Queste due persone stanno negoziando il nostro futuro. Decidono come gli italiani dovranno votare. Disegnano la geografia degli eletti. Percentuali, circoscrizioni, accorpamenti, premi di maggioranza, deputati, senatori.
Topo Gigio Veltroni non è neppure deputato, potrebbe al massimo fare una proposta per le elezioni comunali. Lo psiconano è un compratore professionista, tutto per lui ha un prezzo. Sta cercando di capire il prezzo del PD, ma sa che sarà un affare, si sono sempre venduti per poco.
Due persone decidono per 58 milioni di italiani senza averne l’autorità istituzionale. La legge elettorale va discussa in Parlamento alla luce del sole. In termini chiari, semplici, comprensibili dai cittadini. Oggi, invece, è peggio della nebbia in Val Padana. Ogni partito deve illustrare la sua posizione, se ne ha una, in diretta televisiva alla Camera, gli italiani ascolteranno, giudicheranno. Sono loro che votano. La legge è per loro. Devono sapere tutto, ma proprio tutto. Non possono mangiare un piatto preconfezionato.
Paghiamo (troppo) un Parlamento (che non abbiamo eletto) per fare le leggi. Topo Gigio e lo psiconano non hanno alcuna legittimazione per fare da soli una nuova legge elettorale. Se la nuova legge la decideranno loro, nei loro palazzi, allora questo si chiama colpo di Stato.
Bertinotti si è
preoccupato per la privacy di un signore che voleva comprare un senatore. Invece di espellere questo (basso) insulto alla democrazia dalla Camera ne tutela la privacy. Boia Faust(o). La RAI, un servizio pubblico, si fa bordello per far cadere il Governo. Questo è quello che è successo. Scusi Bertinotti, non me ne frega un c…o della privacy di queste persone. Le voglio fuori dal Parlamento, fuori dal servizio pubblico. E’ gente immorale, che della legalità ha sempre fatto carne da porco. E lei, tenera mammola, pensa alla loro privacy mentre viene chiesto il trasferimento dei giudici di Mastella e di D’Alema da una Letizia Vacca qualsiasi.




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23 dicembre 2007

Elezioni future: medelli vecchi

Veltroni è passato dal Bipolarismo al modello tedesco ed ora al modello francese
Fini è per il bipolarismo
Bertinotti è per mantenere il suo scranno alla Camera
Casini vuole sapere bene cosa farà Cuffaro e vuole il modello tedesco.
Berlusconi vuol il modello tedesco.
TUTTI VOGLIONO UN SISTEMA ELETTORALE DOVE NON CI SINO PREFERENZE E POCHI DECIDANO CHI DOVRA' ESSERE ELETTO. Insomma per avere un Parlamento deciso dai segretari di partito vi è l'unanimità. Ribellarsi è giusto




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22 dicembre 2007

Grillo ad Amato

Giuliano Amato ha preso carta, penna e calamaio e ha risposto all’articolo del New York Times spiegando che la descrizione dell'Italia è solo una parodia. Riferiscono i bene informati che la sua difesa dell’italianità e, soprattutto, del buon operato dei politici sia stata senza pari. E che la lettera al più importante giornale degli Stati Uniti sia stata stesa direttamente in lingua inglese.
La nuova attività del ministro degli Interni rischia di diventare un lavoro a tempo pieno. In futuro infatti dovrà corrispondere con tutti i giornali del mondo per salvaguardare la sua reputazione e quella dei suoi colleghi.
Il Times, il più importante quotidiano inglese, è uscito ieri con un servizio sul Bel Paese: ”
La dolce vita diventa amara per un’Italia vecchia e povera”, una descrizione ancora peggiore di quella del New York Times. L’ho tradotto e ne riporto un riassunto.

Leggi l'articolo completo.

“C’è un senso di angoscia nazionale in Italia mentre il 2007 sta terminando. Il senso di lacerazione va oltre i prezzi e i salari, arriva a un dibattito sull’anima e l’identità nazionale.
Il passato è la gloria dell’Italia, ma anche la sua prigione, con la politica e gli affari dominati dalla gerontocrazia, con i giovani politici e imprenditori tenuti ai margini.
Quando Romano Prodi ha tenuto un summit a Roma questa settimana con Nicolas Sarkozy e Zapatero, i commentatori hanno notato che mentre Zapatero ha 47 anni e Sarkozy 52, Prodi ne ha 68 e Berlusconi 71.
Il best seller “La Casta” ha riportato che l’Italia ha il più alto numero di macchine blu in Europa, e che il palazzo presidenziale, il Quirinale costa quattro volte Buckingham Palace.
Confesercenti, l’associazione dei commercianti, riferisce che questo anno le vendite di vestiti e di elettronica di consumo sono scese del 15% e i profumi del 10%. Ieri Coldiretti, il sindacato degli agricoltori, ha annunciato che la vendita di pasta è diminuita del 5% e del pane del 7%.
Una ragione chiave per le disgrazie italiane è la crescita dei costi energetici. Un’altra il valore dell’euro nei confronti del dollaro. Anche il settore del lusso, per il quale l’Italia è rinomata, con nomi come Gucci, Armani e Versace sta avvertendo la diminuzione degli ordini. Globalizzazione e competizione a basso costo dall’Asia stanno minando le esportazioni tradizionali come il tessile.
L’ultimo segnale per molti è stata la notizia che l’Italia è stata superata dalla Spagna per prodotto interno lordo pro capite. Secondo l’ufficio statistiche della Unione Europea, il Pil spagnolo è cresciuto del 5% tra i 27 membri della UE lo scorso anno, dal 3% dell’anno precedente.
L’Italia è andata in direzione opposta, cadendo al 3% dal precedente 5%. La Spagna ha fissato il suo prossimo obiettivo, Zapatero vuol raggiungere l’economia francese.
Gli italiani sono il popolo meno felice in Europa, secondo un sondaggio condotto dalla Università di Cambridge... I danesi sono risultati primi.
I numeri dell’Italia
- 0% crescita della popolazione
- 42,5 età media, 38,5 in Inghilterra
- un italiano su 5 ha più di 65 anni
- 1,29 bambini nati per ogni donna. 2,1 è il numero necessario per mantenere il livello di popolazione attuale
- 120 giorni persi ogni anno per scioperi per 1.000 lavoratori dal 2001 al 2005, confrontato con 26 giorni in Inghilterra
- 20esima posizione nell’Human Development Index, l’indice delle Nazioni Unite che misura fattori come l’educazione, la salute, l’attesa di vita, quattro posti sotto l’Inghilterra e sette sotto la Spagna. L’Italia ha perso tre posizioni nell’ultimo anno
- 7% tasso di disoccupazione, più alto di 76 nazioni, tra cui Romania, Nigeria, Cambogia e Ucraina
- 106% debito pubblico in relazione al prodotto interno lordo, il sesto più alto nel mondo, più alto che quello dello Zimbabwe
Fonti: UN, CIA, National StatisticsRichard Owen

Segnalo ad Amato che anche testate tedesche, australiane, francesi, spagnole e perfino turche hanno descritto il declino italiano. Gli manderò le traduzioni in modo che possa rispondere con puntualità.





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