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27 febbraio 2009

Politici andate a casa di Naomi Klein

 
Politici andate a casa




di Naomi Klein -  20/02/2009


da: L'Espresso

Lo slogan, già  usato per la crisi Argentina, riecheggia ora nelle
piazze di mezzo mondo. Perché  al crollo provocato dal libero mercato i
governi oppongono le stesse ricette  colpendo i più deboli. Ma saranno
spazzati via a breve. L'atto di accusa della  scrittrice canadese

La folla che in  Islanda ha sbattuto pentole e tegami, fino a
provocare la caduta del governo  contestato, mi ha fatto tornare alla mente
lo slogan in voga nei circoli  anticapitalistici nel 2002: 'Voi siete
l'Enron. Noi siamo l'Argentina'. Il  messaggio era molto semplice: voi,
politici e amministratori delegati riuniti in  qualche summit economico,
siete come quei dirigenti sconsiderati e truffaldini  della Enron (e
naturalmente non conoscevamo che la punta dell'iceberg). Noi,  ovvero la
plebaglia lì fuori, siamo come il popolo argentino che, nel bel mezzo  di
una crisi economica spaventosamente simile alla nostra, scese in piazza
sbattendo pentole e tegami.

Gridando 'Que  se vayan todos' (devono andare via tutti) costrinsero
alle dimissioni quattro  presidenti, uno dopo l'altro, in tre settimane. La
rivolta in Argentina nel  2001-2002 è stata unica perché non mirava a un
particolare partito politico o  alla corruzione in generale. L'obiettivo
era il modello economico dominante. È  stata infatti la prima rivolta
nazionale contro il moderno capitalismo  deregolamentato. È servito un po'
di tempo, ma dall'Islanda alla Lettonia, dalla  Corea del Sud alla Grecia,
alla fine anche per il resto del mondo è arrivato il  momento del 'Que se
vayan todos'.

Le  stoiche matriarche islandesi che battevano le loro pentole, con i
figli che  saccheggiavano il frigo in cerca di proiettili (va bene le uova,
ma lo yogurt?)  richiamano alla mente le tattiche divenute famose a Buenos
Aires. Ma anche la  rabbia collettiva verso chi deteneva il potere,
portando alla rovina un Paese un  tempo florido pensando di poterla fare
franca.

Gudrun Jonsdottir, una trentaseienne  impiegata islandese, ha
sintetizzato così: "Ne ho abbastanza di tutto quanto.  Non ho fiducia nel
governo, non ho fiducia nelle banche, non ho fiducia nei  partiti politici
e neanche nel Fondo monetario internazionale. Avevamo un Paese  forte e
loro lo hanno rovinato". Ecco un altro richiamo alla situazione  argentina:
a Reykjavik i manifestanti ovviamente non si accontentano di un volto
nuovo posto al vertice (anche se il neo primo ministro è una donna
omosessuale).  Vogliono aiuti per la popolazione, non solo per le banche,
indagini sulle  responsabilità del collasso e una profonda riforma
elettorale.

Richieste simili le sentiamo in questi  giorni anche in Lettonia,
dove l'economia ha subito una contrazione più forte  che negli altri paesi
europei e dove il governo vacilla pericolosamente. Per  diverse settimane
le proteste hanno messo in subbuglio la capitale, e il 13  gennaio si sono
verificati anche tafferugli e lanci di pietre. Come in Islanda,  anche i
lettoni sono sconcertati di fronte al rifiuto dei governanti di  assumersi
le responsabilità del disastro. Alla domanda dell'emittente televisiva
Bloomberg su quali fossero le cause della crisi, il ministro dell'Economia
lettone ha risposto: "Nulla di particolare".

I problemi della Lettonia invece sono  davvero 'particolari'. Le
stesse politiche che nel 2006 avevano consentito alla  'Tigre del Baltico'
di crescere del 12 per cento, sono anche la causa della  violenta
contrazione di quest'anno, che secondo le previsioni dovrebbe arrivare  al
10 per cento. Quando il denaro è liberato da qualsiasi vincolo, defluisce
con  la stessa rapidità con cui affluisce, considerando anche che una buona
quantità  finisce nelle tasche dei politici. (Non è una coincidenza che
molti dei casi  disperati di oggi siano i 'miracoli' di ieri: Irlanda,
Estonia, Islanda e  Lettonia).

Ma c'è qualche altra cosa di  'argentino' nell'aria. Nel 2001 in
Argentina i leader risposero alla crisi con  un pacchetto all'insegna
dell'austerity, sollecitato dal Fondo monetario  internazionale: 9 miliardi
di dollari furono tagliati alla spesa pubblica, in  particolare alla sanità
e all'istruzione. Questo si è dimostrato un errore  fatale. I sindacati
organizzarono uno sciopero generale, gli insegnanti  portarono le loro
classi nelle piazze e le rivolte sembrarono non aver fine.

Il medesimo rifiuto popolare a sopportare  il peso maggiore della
crisi accomuna le proteste attuali. In Lettonia, gran  parte della rabbia
dei cittadini è provocata dalle misure di austerity prese dal  governo -
licenziamenti in massa, servizi assistenziali ridotti, stipendi dei
dipendenti pubblici diminuiti - e tutto per poter accedere al prestito
d'emergenza del Fmi (no, non è cambiato nulla). In Grecia i tafferugli di
dicembre sono seguiti all'uccisione da parte della polizia di un ragazzo
quindicenne.

Ma quello che li ha  alimentati, anche quando gli studenti hanno
ceduto il comando agli agricoltori,  è stata la diffusa rabbia per la
risposta del governo alla crisi: le banche  hanno ottenuto un finanziamento
di 36 miliardi di dollari, mentre i lavoratori  si sono visti tagliare le
pensioni e gli agricoltori non hanno ricevuto quasi  nulla. Malgrado i
grandi inconvenienti causati dai blocchi stradali posti dai  manifestanti,
il 78 per cento dei greci ha dichiarato che le loro richieste  erano
giustificate. In modo simile, in Francia il recente sciopero generale,
provocato in parte dai piani del presidente Sarkozy per ridurre
drasticamente il  numero degli insegnanti, ha ottenuto l'approvazione del
70 per cento della  popolazione.

È probabile che il  principale filo conduttore di questa violenta
reazione a livello mondiale sia il  rigetto per la logica della 'terapia
dello shock' - espressione coniata dal  politico polacco Leszek Bacerowicz,
per descrivere come nel corso di una crisi i  governanti possano
accantonare le leggi e andare dritti verso 'riforme'  economiche
impopolari. Questo espediente è diventato obsoleto, come ha  recentemente
scoperto il governo della Corea del Sud. A dicembre il partito al  potere
ha cercato di servirsi della crisi per far approvare a tutti i costi un
contrastato accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Interpretando in
maniera estrema la politica 'delle porte chiuse', i legislatori si sono
rinserrati nell'aula per votare in privato, barricando la porta con
tavolini,  sedie e divani.

I parlamentari  dell'opposizione non sono rimasti a guardare, e
servendosi di mazze e persino di  una sega elettrica, hanno fatto
irruzione, occupando il Parlamento per 12  giorni. Il voto è stato
rimandato per consentire un dibattito più prolungato.  Una vittoria sulla
'terapia dello shock'. Qui in Canada la politica è  decisamente meno da
filmato suYouTube, ma è stata comunque sorprendentemente  movimentata. In
ottobre il partito conservatore ha vinto le elezioni nazionali  con un
programma poco ambizioso.

Sei  settimane dopo, il nostro primo ministro 'tory' ha scoperto
l'ideologo che è in  lui, presentando una legge finanziaria che privava i
dipendenti statali del  diritto allo sciopero, eliminava i fondi pubblici
ai partiti e non conteneva  alcun incentivo allo sviluppo economico. I
partiti dell'opposizione in risposta  hanno formato una coalizione storica,
che non ha potuto prendere il potere solo  a causa dell'improvvisa
sospensione del Parlamento. I conservatori si sono da  poco ripresentati
con un piano modificato, in cui sono spariti i provvedimenti  preferiti
della destra e sono apparsi numerosi incentivi all'economia.

Il concetto è chiaro: i governi che  reagiscono alla crisi provocata
dall'ideologia del libero mercato insistendo  sullo stesso programma
contestato, avranno vita breve. Come gridavano gli  studenti italiani in
piazza durante i cortei dello scorso autunno: 'Non  pagheremo noi la vostra
crisi'.




permalink | inviato da luigino.scricciolo il 27/2/2009 alle 0:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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